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LA DOMENICA

Non mi pento di essere ferrarese

Non mi pento di essere ferrarese

L'editoriale del direttore Stefano Scansani

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Undici piccoli afgani infilati in un appartamento di neanche 150 metri quadrati. Per farceli stare il Comune ha derogato la norma della metratura quadrata per ogni essere umano. Perché c’è emergenza. Il ministero dell’Interno dalla sera alla mattina infatti assegna drappelli di profughi, con breve preavviso. Le amministrazioni locali devono sistemarli. E così è successo che gli undici piccoli afgani siano finiti non in una residenza ai margini della città, semmai con vista sul petrolchimico o in una casa bassa e ben mimetizzata.

I ragazzi stanno in un appartamento al quinto piano di un palazzo di viale Cavour, così elitario, de luxe e caro alla prospettiva urbana da ospitare studi del fior fiore dei professionisti, un hotel 4 stelle e un ristorante storico. In municipio – preso alla sprovvista dagli arrivi – ci è stato raccontato che il proprietario dell’immobile avrebbe fatto un prezzo economico, e che è in via di definizione un bando al quale i ferraresi possono partecipare per mettere a disposizione alloggi. La notizia è di venerdì.

E sulla nostra pagina Facebook ha scatenato un dibattito col nervo scoperto, l’unghia retrattile, il randello pronto e un fraseggio furibondo. Prevedibili. Ormai prevedibili allorquando i temi della discussione sono gli immigrati, i barconi, la politica e i politici, i corrotti, i rom, la sanità, la casa, le tasse, la disoccupazione. La nostra sollecitazione alla misura ha innescato una sorgente di ulteriore aggressività. Normale.

Sono le dinamiche dei social, dov’è probabile incappare in L.G. che posta questa invettiva: “Vaffanculo di cuore. Che si pensi prima ai poveri sfollati del terremoto. Che schifo”, o è possibile leggere S.B.: “Poi ci vengono a rubare in casa, è la seconda volta nel giro di due mesi che entrano in casa di mio padre, ma andate affanculo politici di merda”. Finezze, insomma. Ma in tanto sfogatoio mi pare di dover riflettere con voi sul commento proposto da G.S., corto e folgorante: “Mi pento di essere ferrarese”.

L’affermazione non contiene ingiurie o sconcezze. Ma è la più potente delle decine e decine che assediano la notizia dei profughi stivati nell’appartamento. Perché obbliga a riflettere su due temi. Che cosa aveva inorgoglito G.S. nell’essere ferrarese, quale sentimento antropologico, quale senso d’appartenenza, quale etica geografica? Il secondo tema è meno sofisticato, ma più interessante. Se G.S. si pente di essere ferrarese, allora chi vorrebbe essere? Uno svizzero tedesco o un romagnolo col sangue caldo, uno svedese biondo oppure un ragazzo afgano?

Capisco G.S.. Con il suo post dichiara di non sentirsi più rappresentato nel sistema di valori e segni di riconoscimento della comunità originaria. Ma quali sono? Radici materpaterne, terra piatta, derivazione dalla civiltà contadina, pelle bianca, lavoro e onestà, casa e chiesa, i nostri emigranti erano diversi, una volta si stava meglio? Il commentatore su Facebook dice di volersi sferraresizzare perché i profughi sarebbero trattati come nababbi (arabo nuvàb, riccone) in una Ferrara depressa, disoccupata, disorientata?

Sa cosa le dico? La sua è una resa incondizionata, caro G.S. Le spiego perché. Per onorare la cronaca va chiarito che gli undici afgani sono in un appartamento. Non sono ospitati nell’hotel a 4 stelle. Gli articoli apparsi su queste pagine lo spiegano chiaramente. Per onorare il dibattito sarei dalla sua parte se si fosse pentito di essere europeo. Se stiamo assistendo passivi e nervosi al cataclisma di una migrazione più imponente delle invasioni barbariche, che durarono tre secoli, è colpa dell’Europa. Dell’inerzia cosciente e della divisione europea. Dell’irrilevanza e dell’indolenza italiana.

Pentirsi o non pentirsi d’essere ferraresi è dunque una pinzillacchera (direbbe Totò). Mentre noi pensiamo e ci amareggiamo in piccolo, questa gente che arriva s’irradia nel mondo, in grande. Non sarà un invocato sindaco cattivissimo e ferraresissimo a fermare una migrazione epocale. Non saranno i commenti collerici, sempre nell’universo orizzontale e astratto di Facebook, a migliorare le cose.

A.B. annota: “Ma da don Bedin, Mascellani e Tagliani non c’era posto?? Ferrara vuol fare la nobile invece sta diventando una fogna”. V.M. ragiona: “E’ un insulto ai ferraresi. Non c’è altro modo per descriverlo”. M.R. va giù col badile (trascrivo così com’è): “Sig. Sapigni lo sa che ci sono pure i ferraresi che hanno bisogno di aiuto e integrazione… Ma chi se ne frega… vero???”. Poi s’innesca l’automatico riferimento ad altre emergenze ed etnie. Il frullatutto è rappresentato dal post di W.W.: “Che schifo!!! Noi italiani che dovremmo avere il diritto in primis di essere aiutati siamo trattati peggio dei rom!! Vergogna!!!!! Non c’è più rispetto!! x noi, tutto x i soldi che schifo!!!”. Nel dibattito s’insinua M.B. che all’improvviso fa scattare un allarme generale connettendo immigrati, rom, stranieri, l’atavico, primordiale Uomo Nero: “Io ieri alle 21.30 avevo un tipo in giardino”.

L’inquietudine è larga e profonda. Così innervata negli sfoghi e nei ragionamenti, da sfiorare il conflitto individuale, il rancore personale. G.Z. non vedeva l’ora di dire la sua in tutti sensi (trascrivo così com’è): “e bravo tagliani così si fa fare il sindaco!!!!! Faccimo vedere all’Italia che ce’ in una città piccola come Ferrara. Quando a me lanno scorso, le sue tre segretarie mi hanno rifiutato un colloquio con lei, per me importantissimo…”.

In questa Europa inerte, in questo Paese indolente, fra le fazioni dell’enfasi ideologica dell’accoglienza e del bruto respingimento, ci sarà pure una piccola Ferrara. Io non mi pento di essere ferrarese.

s.scansani@lanuovaferrara.it

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