Torna la lunetta sopra il portale della chiesa
Sarà ricollocata oggi alle 12 in attesa del restauro dell’edificio religioso di via Montebello
Nell'estate del 1515, cinquecento anni tondi tondi or sono, un gruppo di monache "ribelli" lasciarono il convento di Sant'Agostino (poi perduto, era posto tra via Coperta e via Borgovado) per riunirsi in una nuova struttura dotata di una piccola chiesa. Le origini del dissidio tra consorelle si leggono nel Memoriale estense di Girolamo Ferrarini (ed. Griguolo, Rovigo 2006).
Protagonista delle vicende scabrose che prepararono i fatti del 1515 fu Barbara Costabili, rampolla di una potente famiglia ferrarese. L'8 ottobre 1484 il cancelliere e segretario ducale Condulmero de Condulmeri, marito di Barbara, fu vittima di un agguato mortale del quale si conobbero solo dopo qualche giorno i responsabili: Lancillotto Costabili, Zanin Guarnazzi (di un ramo dei Costabili) e messer Stella Ariosti. Si disse che Barbara aveva fatto ammazzare il marito «perché si dava piacere» con uno degli assassini, due dei quali erano di lei parenti. Essendo sfuggiti alla giustizia i tre uomini, Barbara, dato che «se voleva procedere et punirla», «como desperata» prese il velo a Sant'Agostino. Scelta sfortunata. Nel settembre 1486 la badessa di Sant'Agostino, Arcangela Coccapani, entrò in polemica con i frati che “gestivano” le sorti del convento perché era contraria al fatto che «usaseno desonestade» con le suore. «Volevano questi frati selerati con sore Barbara di Costabille, la qual era pessima, che fe' amazar suo marito Condulmerio per luxuria (...) et con altre sore zovene (...) luxuriare e stare in piaceri, in modo che ogni persona se ne acorzeva».
All'inizio Barbara e i suoi sodali trionfarono sulla badessa che dovette andarsene, ma il podestà di Ferrara era pur'esso un Coccapani, e decise di difendere Arcangela. I frati andarono a processo e dieci di loro vennero scacciati. Di Barbara si tace. Intervenne da lì a poco pure la duchessa Eleonora che si recò al convento per capire meglio cosa vi stesse accadendo, ma pare evidente che i problemi non erano finiti e si ripresentarono. Ferrarini fermò le sue memorie nel 1489. È certo che l'indomita Costabili (con sorella Maurelia Lombardini; un Francesco Lombardini era maggiordomo di Lucrezia Borgia) offrì nel 1515 proprietà appartenenti alla sua ricca dote per ottenere in cambio il terreno su cui edificare un convento a lei più confacente in cui spostarsi e una chiesa annessa, posti in un lotto tra le odierne vie Montebello, Borsari e Monsignor Bovelli. Con dedicazione a Santa Monica, madre di Sant'Agostino. Ma a Ferrara (però anche a Firenze accadde lo stesso) tutti diranno Santa Monaca, peraltro non errando, dato che Monica e monaca provengono dallo stesso etimo, che allude alla solitudine e al ritiro. Il duca Alfonso I e la moglie Lucrezia appoggiarono Barbara presso papa Leone X, che diede l'assenso alla fondazione. Non più direttamente agostiniane, le suore presero la strada dei Minori Osservanti. Diversi ordini si sarebbero poi succeduti nel monastero.
La chiesa tardava e fu consacrata solo nel 1544. Malgrado sia attribuita bizzarramente dalle fonti al progetto di un cortigiano, Gherardo Saraceni, porta nette le tracce della mano di Biagio Rossetti, pur risentendo delle modifiche occorse nel tempo. Le suore hanno lasciato Santa Monica nel 1950. Oggi il tempio appartiene all'Opera Archidiocesana della Preservazione della Fede e della Religione. Vestigia di antico sono rimaste ovunque, specie nella pregevole area già del coro e claustrale, ora a uso scolastico. Un ben curato libretto elaborato dai ragazzi dell'allora I.T.C. Marco Polo poi intitolato a Vittorio Bachelet, a cura di M. Teresa Bigotti (1998), rappresenta un ottimo lavoro sul complesso di Santa Monica (studiato anche da Francesca Zanardi Bargellesi per la Ferrariae Decus) che ospita appunto l'istituto.
Alcune importanti opere d'arte un tempo erano presenti in loco. La più famosa è la tavola di Cosmè Tura con San Nicola di Bari (1484 ca.) emigrata al Musée des Beaux-Arts di Nantes. Fu posta nel convento in epoca imprecisata dopo che il polittico al quale apparteneva, di malsicura identificazione, fu smembrato. Punti di forza del santo turiano sono la stravagante resa anatomica del viso dotato di una massiccia mandibola, che a noi richiama il personaggio dei fumetti Alan Ford - il suo disegnatore bolognese, Magnus, l'avrà tenuto presente per il personaggio?- e la scelta di concentrare in una sorta di oggetto misterioso tenuto nella mano l'attributo delle tre sfere d'oro che Nicola donò a tre sorelle per evitare loro di darsi alla prostituzione. Chi desidera approfondire può ricorrere a una recente ampia scheda sul dipinto scritta da Mauro Minardi per la mostra La fortuna dei primitivi. Tesori d'arte dalle collezioni italiane fra Sette e Ottocento (Firenze, Gallerie dell'Accademia, 2014, a cura di Tartuferi e Tormen, pp.400-402). La seconda opera di rilievo è la lunetta che sormonta il portale d'ingresso.
In origine recava una Madonna con il Bambino del Garofalo. Il dipinto, esposto alle intemperie, fu più volte restaurato, ma invano. Intorno al 1940 il pittore Mario Capuzzo staccò il poco che restava e pose nello stesso punto una sua versione del tema. Come era prevedibile, anche quest’opera si è ammalorata. Il terremoto del 2012 ha inferto colpi duri alla chiesa, da tempi lontani chiusa al culto. Con l'intenzione di poterla restituire in tempi brevi, si è scelto intanto di sistemare il campanile danneggiato dal sisma e i paramenti murari esterni, liberando il sagrato da incongrui alberi e cespugli (un tempo la chiesa era protetta da un muretto, come si vede in antiche immagini) per lasciare agio alla vista della facciata.
In attesa di un più complessivo intervento sul bene monumentale che la Regione ha già ricompreso nel programma di ricostruzione, oggi alle ore 12 la lunetta sopra il portale della chiesa verrà ricollocata.
Il restauro del dipinto è stato eseguito e donato da Alchimia Laboratorio di Restauro di Cavezzo. Su tutto ha deciso l'Opera, e per essa Monsignor Antonio Grandini, con progetto dell'architetto Chiara Montanari.
Micaela Torboli
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