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Maestra pizzicava il bimbo: «almeno ora piangi per qualcosa»

di Daniele Predieri
Maestra pizzicava il bimbo: «almeno ora piangi per qualcosa»

Spintoni, pizzicotti, sollevamenti e trascinamenti: Tata imputata in tribunale e  accusata di abuso di mezzi di correzione all’asilo di Copparo. Troppe le contraddizioni sui fatti e le altre colleghe non dissero mai nulla al Comune

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COPPARO. Piangono i bimbi piccoli, soprattutto quando sono all’asilo, soprattutto tra i 6 mesi e l’anno. Non ne hanno colpa, «lo fanno per comunicare il loro disagio o altro», spiega una tata dell’asilo di Copparo, finito nell’occhio del ciclone perchè una delle insegnanti è sotto processo per abuso di mezzi di correzione.

Spintoni e trascinamenti.Perchè quando i piccoli piangevano, Mariella Andreotti, l’insegnate sotto accusa, dava loro pizzicotti sulle braccia e sulle guance e quasi ne trovava piacere (dicono e si smentiscono le colleghe), li sollevava di peso prendendoli per il polso e braccio (con il rischio di slogature e lussazioni), li trascinava e spintonava per allontanarli quando piangevano. Metodi dal punto di vista pedagogico ritenuti scorretti, diventati un processo per abuso di mezzi di correzione.

Accuse non accuse. «Accuse generiche», replica il difensore David Zanforlini, poichè non vi sono fatti concreti, collocati nel tempo. E nei ricordi, ieri svaniti nell’aula del tribunale. Nelle dichiarazioni. Accuse e non accuse, che hanno costretto ieri il giudice, dopo le molteplici contraddizioni emerse nei racconti delle colleghe della Andreotti a ordinare un confronto all’americana con le altre quattro insegnanti. E così il processo ad una di loro rischia di diventare un processo all’asilo.

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Il processo si complica. Un processo a loro stesse che vedevano i comportamenti (presunti, poichè incerti e alquanto imprecisi nella ricostruzione fatta in aula) della Andreotti o non li vedevano. E non hanno mai avvisato nessuno delle autorità, dirigenti del Comune di Copparo, di ciò che comunque stava accadendo. Cosa accadeva? Siamo tra dicembre 2012 e maggio 2013. La Andreotti - spiega al giudice Angelica Zamboni, una delle colleghe - «stava vivendo un momento di difficoltà personali e aveva problemi nel rapportarsi con i piccoli, soprattutto con quelli che piangevano spesso».

‘Adesso piangi davvero’. In un caso, con il piccolo Diego - «l’unico evento eclatante che abbiamo subito dopo ripreso», spiega la Zamboni al giudice - diede un pizzicotto nel braccio al piccolo perchè piangeva: «Adesso piangi per qualcosa», disse la Andreotti quasi giustificandosi per quel gesto privo di controllo. Poco più tardi, in aula al giudice, l’altra collega Rachele Laurenti spiegava invece, di non aver visto nulla dell’arrossamento (livido, si parla negli atti) causato dal quel pizzicotto.

Cinque tate all’asilo. Oltre le tre tate, dipendenti pubbliche del Comune di Copparo, lavoravano nell’asilo due ausiliarie di una coop, Monica Balugani e Beatrice Sacchi. Loro, di fatto hanno contraddetto le altre sottolineando gli episodi «che duravano da anni». La Andreotti prendeva i bimbi e li sbatteva sul fasciatoio, li pizzicava a braccia e guance, li strattonava per i polsi. Ma allora, la domanda posta in aula, perchè non avete detto nulla? «Perchè eravamo dei privati», come dire non si volevano ingerenze. In realtà la Sacchi segnalò il fatto ad una dirigente che testimonierà al processo domani mattina.

Genitori parte civile. Un processo difficile che dovrà chiarire i comportamenti della Andreotti, i suoi metodi che per le stesse colleghe ‘pubbliche’ erano manifestazioni di affetto, travisate dalla sua massiccia presenza fisica. Il processo dovrà spiegarlo, però, soprattutto alle decine di genitori che ieri aspettavano fuori dall’aula, testimoni e parte civile mentre in tutto si contavano una 50ina di persone tra madri, padri, avvocati (quelli di parte civile Scafidi, Onorati e Ricciuti), anche il vicesindaco di Copparo, Martina Berneschi a rappresentare il Comune, ente danneggiato anche nell’immagine. Comune, parte civile, che - spiega l’avvocato Ricciuti - «non ha mai saputo nulla di ciò che accadeva veramente».

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