Procurato aborto, condannato a 4 anni
Violenza scatenata da una lite tra coinquilini sui piatti sporchi. La vittima colpita con un pugno al viso e un calcio al ventre
Colpì con un pugno in faccia e un calcio al ventre una donna incinta di tre mesi, che in seguito a quel pestaggio scatenato da banalissimi screzi tra inquilini, perse il suo bambino. Tita Elvis Fonyam, camerunense di 38 anni, ieri è stato condannato dal tribunale di Ferrara a quattro anni di reclusione per lesioni e procurato aborto. I fatti risalgono al 21 febbraio del 2009 in un appartamento di via Garibaldi che l’imputato, titolare di una ditta e in regola con il soggiorno, divideva con una ragazza nigeriana di nome Joy. Quel giorno la sua coinquilina aveva ospitato un’amica sua connazionale, Jessika, e i tre avevano pranzato insieme. Toccava a Joy lavare i piatti ma la ragazza li aveva lasciati nel secchiaio ed era andata a riposare. Proprio i piatti sporchi avevano scatenato il litigio fatale. L’uomo, arrabbiato per il lavello in disordine, aveva preso i piatti e li aveva portati nella camera da letto delle due donne apostrofando Joy in questo modo: «Se non li lavi, te li tieni in stanza». E alle obiezioni della donna, l’aveva spintonata e insultata. Jessika era intervenuta in difesa dell’amica, con gravissime conseguenze per lei e il bimbo che aspettava. L’imputato si è sempre difeso sostenendo di non essere a conoscenza dello stato in cui si trovava Jessika, negando peraltro di averla picchiata. Ma su quei momenti drammatici ieri Joy ha fornito una testimonianza fondamentale. Senza esitazioni, senza essere spaventata dalla presenza dell’imputato, l’ex inquilina ha smontato le sue giustificazioni. È vero che la gravidanza di Jessika, incinta di tre mesi, non era evidente, così come è vero che sul momento Tita non lo sapeva. Ma dopo aver ricevuto il pugno in faccia la vittima aveva urlato di smetterla, perché aspettava un bimbo e lui per tutta risposta - forse pensando fosse una scusa - le aveva assestato un calcio al ventre provocando (come documentato dal referto medico acquisito dal tribunale) la perdita di liquido amniotico. La donna ferita era stata visitata infatti il pomeriggio stesso al pronto soccorso del Sant’Anna e il giorno successivo aveva sporto denuncia. Poco più di un mese più tardi, il 2 aprile, Jessika aveva perso il bambino. Per questo, al termine delle indagini della squadra mobile, la procura aveva contestato a Tita non solo le lesioni ma anche il reato gravissimo, voluto dalla legge 194, di procurato aborto. La difesa (avvocato Alessandro D’Agostino) ha cercato di confutare il nesso causale tra la lite e l’aborto vista la distanza temporale tra i due avvenimenti, e ha chiesto l’assoluzione dell’imputato che tra l’altro aveva negato anche di aver alzato le mani. Non così hanno ritenuto i giudici Luca Marini, Debora Pandolfi e Stefano Amore condannando l’imputato a 4 anni di reclusione, 5 di interdizione dai pubblici uffici e al pagamento delle spese processuali. L’accusa, (pm Barbara Cavallo) aveva chiesto 5 anni e 4 mesi. La difesa ha annunciato il ricorso in appello.
Alessandra Mura
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