“Youth” di Sorrentino, si scrive giovinezza si legge vecchiaia
La recensione del film che sta trionfando nelle sale
GIAN PIETRO ZERBINI. Si scrive giovinezza, si legge vecchiaia. Questione di punti di vista e di obiettivi da guardare. Lo spiega molto bene Paolo Sorrentino per mezzo di Harvey Keitel nella scena del cannocchiale, quello posto sulla terrazza bellavista del rifugio per ammirare il superbo panorama delle Alpi svizzere e in particolare quella montagna incantata che tanto ispirò Thomas Mann. È la lente con cui ogni uomo, a seconda dell’età, guarda il proprio orizzonte, al futuro o al passato. È la scena che più di tutte riassume l’architrave di questo film pieno di simbologie che strizzano l’occhio a Fellini e Kubrick. “Youth” è un’altra opera di grande spessore, ambiziosa, sinfonica, dove il regista conferma la sua abilità nello scrivere le storie per poi tradurle in immagini e dialoghi con efficace intensità e perfezione. Il premio Oscar non si ripete per livelli estetici alla “Grande bellezza”, nonostante i paesaggi alpini tolgano il fiato come le meraviglie storiche della città eterna, è più impegnato a lavorare sul tempo rispetto allo spazio, su quel dannato orologio biologico che è inesorabile e fa riflettere. Più che i giovani, sono i vecchi i veri protagonisti di questa storia, che non lesina punte sottili di kitsch, con tanto di allusione a Maradona, in un cinema caricaturale dove Sorrentino aveva toccato la massima espressione nel Divo. Ci sono sogni che diventano incubi come la sequenza di Venezia invasa dall’acqua per Michael Caine o il video clip della rivale Paloma Faith per Rachel Weisz. Ma anche incubi che diventano sogni come per il giovane e tormentato attore Paul Dano o per il vecchio regista Keitel quando vede tutte le sue attrici su un prato. Anziani che si mettono a nudo dopo una vita passata a dirigere, chi un’orchestra, chi una troupe cinematografica; anziani alla ricerca di un tocco di giovinezza, di un anelito, di un soffio vitale, consapevoli dei limiti anagrafici e di un futuro che non si vede più da vicino. Per questo suo secondo film internazionale Sorrentino ha scelto autentici fuoriclasse del cinema mondiale over 75, da Michael Caine a Harvey Keitel, fino a Jane Fonda per una piccola ma determinante apparizione, con uno scambio di battute in un linguaggio colorito alla Scorsese. “Che brutto film diventare vecchi”, dice una scherzosa massima popolare. In questo caso il regista, pur con qualche eccesso e licenza visionaria, è riuscito a trasformare in bello proprio un film sull’essere vecchi e anche per questo si chiama “La giovinezza”.
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