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"Rischiamo di perdere i ricordi più belli"

Il fotografo Michele Pandini
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Il fotografo Michele Pandini

Il fotografo Michele Pandini: la rivoluzione digitale rende obsoleta qualsiasi tecnologia, stampate le immagini a cui tenete". Trenta anni di passione per la tecnologia dello scatto: attenti agli apprendisti-stregoni, c'è chi pulisce la macchina con la schiama da barba

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“Se avete delle foto a cui tenete, stampatele”. Michele Pandini, 50 anni, trenta dei quali passati accanto alle macchine che hanno marcato nel tempo i progressi della fotografia, cita Vinton Cerf, vicepresidente di Google. Lo scorso febbraio il manager al timone del più noto motore di ricerca del mondo ha lanciato un allarme che lui non ha dimenticato.
 
“E’ vero – prosegue – le migliaia di foto che abbiamo archiviato nelle nostre memorie digitali rischiano di sparire per sempre, spazzate via da quel processo che rende obsoleta nel giro di pochi anni qualsiasi nuova tecnologia”. L’accortezza di stampare su carta una copia delle foto scattate con un dispositivo professionale o con lo smartphone (almeno di quelle a cui siamo più affezionati) è andata perduta, centrifugata dall’immediatezza e dalle molteplici comodità effetto della rivoluzione che sta concentrando in un unico strumento la risposta ad un numero crescente di esigenze di svago, comunicazione e di lavoro.
 
Protagoniste delle vetrine del suo negozio sono le macchine fotografiche che richiamano cultori e semplici appassionati spinti dalla possibilità di poter catturare un momento della vita, un paesaggio, un bel colore con uno scatto di qualità. Entrando ci si imbatte nell’ultima invenzione: una fotocamera importata dagli Stati Uniti, da poco disponibile anche in Italia, in grado di raccogliere una tale quantità di dati che dopo il clic è ancora possibile scegliere il soggetto da mettere a fuoco tra tutti quelli inquadrati dall’obiettivo e modificare la profondità di campo. Un gioiellino che ha già sollecitato la curiosità dell'utenza più informata.
 
“E’ chiaro che dopo l’avvento del digitale non è più possibile tornare indietro – prosegue Pandini, che ha ereditato dal padre la passione della fotografia – eppure c’è ancora qualcuno che chiede la vecchia pellicola, il cliente che non si ferma al qui ed ora. Il mercato non è uno spazio compatto e uniforme. Il pubblico continua a voler fermare in una bella immagine i momenti più significativi di un viaggio, di una festa, di un matrimonio e il digitale gli garantisce maneggevolezza, praticità e risparmio: in uno smartphone si possono archiviare migliaia di foto, basta una frazione di secondo per eliminare quelle che non ci piacciono. Certo, spesso la qualità dell’immagine "fai da te" non è all’altezza ma rispetto agli anni ‘80 siamo entrati in un’altra era. Internet ha cambiato tutto e chi lavora in questo settore lo ha capito da tempo. Molti fotografi hanno cambiato mestiere, siamo rimasti in pochi”.
 
Uno scenario non proprio accattivante per un giovane interessato a coltivare un'attitudine per convertirla, eventualmente, in uno sbocco professionale. “Oggi se vendi macchine fotografiche in negozio, come faccio io – risponde Pandini – lo fai perché questo lavoro lo ami, non perché pensi di guadagnarci. Comunque ti devi aggiornare e la distribuzione selettiva di un prodotto di cui sei venditore esclusivo, ad esempio, può essere un modo per differenziarti. Oppure puoi organizzare corsi di formazione per chi vuole saperne di più”.
 
In tre decenni di contatti con ogni tipo di clientela lui, che ha imparato giovanissimo, ne ha viste di tutti i colori. Apprendisti-stregoni compresi: quelli che “pensano che l’esperienza, la preparazione tecnica, l’occhio con l’avvento di internet non contino più niente. Che grazie alla rete tutto si è livellato. Un giorno è entrato un signore che mi ha mostrato la sua macchina dicendomi che l’aveva pulita e che gli sembrava si fosse rovinata – racconta scuotendo la testa – Gli ho chiesto che sostanza aveva usato e mi ha risposto “la schiuma da barba”. Aveva visto qualcuno maneggiare una bomboletta ma non aveva capito che dentro c’era solo dell’aria compressa”. (gi.ca.)

 

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