Scandalo Acer, «Gonfiavo i lavori per avere le tangenti»
Il processo ai funzionari dell’ente. La Piccola corruzione dei subappalti e gli accordi con gli imprenditori grandi e piccoli
FERRARA. Bisognerebbe vergognarsi, per quelle mazzette intascate nello scandalo Acer. Invece, in aula, Luca Rivelli e Ruggero Sinigaglia, i due geometri dell’ente pubblico già usciti dal processo incassando pene per concussione e corruzione, di oltre 3 anni, risarcendo anche i danni materiale, morale e di immagine all’ente pubblico per cui lavoravano (dal quale sono stati licenziati), ne parlano con disarmante disinvoltura, quasi sfacciata: «Io volevo solo la parte che mi spettava, nella somma dell’accordo c’era anche la mia» spiega Rivelli ai giudici.
La divisione in tre parti. Rivelli si sofferma sulle pressioni che faceva al telefono ad un piccolo artigiano che non gli pagava ancora la tangente, quell’ 1/3 della somma totale che lui gonfiava sui lavori eseguiti, mentre i 2/3 andavano all’imprenditore. E si tratta di poche centinaia di euro, diventate prova dello scandalo Acer, non importa se pochi o tanti, parliamo di soldi pubblici, di Acer, di tutti noi.
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Non siamo certo di fronte alla Grande corruzione da tempo offerta dalle cronache nazionali (scandali Mose, Expo, Mafia Capitale e tanti altri), ma la Piccola corruzione di casa nostra, a parte tanti zero in meno, mostra le stesse commistioni, l’opacità nei rapporti tra controllati e controllori, di funzionari pubblici che si vendono e intascano mazzette per il loro lavoro pubblico all’Ufficio Manutenzione.
Giungla dei subappalti. E soprattutto quella giungla dei subappalti che genera corruzione e illegalità: «Non era problema mio se avevano accordi svantaggiosi le piccole ditte: tutti si lamentavano che non riuscivano starci dentro, che lavoravano anche in perdita. Così si decise quell’accordo di gonfiare i prezzi dei lavori», rispiega Rivelli giustificando le tangenti da spartire, dopo aver aumentato la somma dei lavori da accreditare, come ha fatto con i due imprenditori che gli siedono davanti, Marcel Danu e Melazim Albrahimi: secondo l’accusa lo avrebbero corrotto con quell’accordo, mentre loro ribattono di esser stati ricattati, obbligati da Rivelli a pagare per lavorare.
Oggi testi d’accusa. Rivelli e con lui il collega Sinigaglia ieri erano chiamati come testimoni dall’accusa, e proprio perchè già usciti dal processo, più liberi di parlare di cosa accadeva in Acer, tra loro e gli imprenditori, chiamati a processo.
Di Salvatore rimasto solo. Al processo per lo scandalo, come funzionario pubblico, però, è rimasto solo il geometra Acer, coordinatore dell’Ufficio Manutenzione, Salvatore di Salvatore, accusato di concussione, per fatti dal 2007 al 2010, tangenti di 50mila euro cui si sommano, favori, lavori utilità e una vasca Jacuzzi mai pagata. Di Salvatore è accusato di aver ricattato l’impresa che aveva la convenzione per i lavori di manutenzione delle migliaia di case Acer, la Global Impianti di Filippo Dianti. Azienda che poi assieme alla collegata Sogea- Coop Unione subappaltava i lavori ai piccoli artigiani, sappiamo come.
In aula coi carabinieri.
Di questo dovrà parlare Dianti e lo farà alla prossima udienza spiegando perchè denunciò - fornendo le prove con video registrati della cessione delle mazzette - lo scandalo Acer. All’udienza di ieri mancava - giustificato - solo Dianti in aula (è parte civile, costituito come vittima) tra tutti i protagonisti delle scandalo Acer. Ed assente era pure il suo braccio destro Gianluca Goglino, teste importante sui ricatti subiti da Dianti dal geometra Di Salvatore. Insieme saranno sentiti il 13 luglio ma Goglino dovrà arrivare in aula accompagnato dai carabinieri, perchè pur convocato, ieri non si è presentato in aula: «Dispongo l’accompagnamento coatto e non presentando giustificazione, viene sanzionato per 200 euro», sibila spazientito a fine udienza il giudice Marini.
Le confidenze di Dianti. Ad inizio udienza, invece, Sinigaglia si era soffermato sui suoi rapporti con Dianti, sulle confidenze che l’imprenditore gli aveva fatto, soprattutto quelle in merito alle consulenze date da Acer all’esterno alla società Efeistos di Modena, per centinaia di migliaia di euro, a scapito dei tecnici interni di Acer. E’ lo stesso avvocato difensore di Di Salvatore, Fabio Anselmo, a sollecitare Sinigaglia su questo fatto, che denunciò durante l’inchiesta. «Dianti - spiega Sinigaglia - mi disse che i soldi di quelle consulenze esterne venivano poi dirottati al presidente Ricci (Ivan ex, fino al 2012) e girati al partito (vecchio Pd, ndr)».
L’ex presidente archiviato. Circostanza che è stata del tutto smentita e non provata da una inchiesta parallela, che ha portato Ricci all’archiviazione e che la difesa Di Salvatore ha introdotto, quantomeno per appannare la credibiltà di Dianti. Che direbbe cose non vere. Soprattutto su Di Salvatore che si dice del tutto estraneo alle mazzette. Ma allora quei video che lo ritraggono mentre prende bustecon soldi, nell’ufficio di Dianti? La difesa di Salvatore spiega anche questo, citando l’audio della registrazione.
Mi voleva ricattare.
Di Salvatore, a un certo punto sbotta: «Allora mi volete ricattare!», come dire - con i soldi in mano - mi state facendo un tranello. Dunque, ricatti e sempre ricatti. Da ogni parte della scrivania. Accadeva in passato, dicono in Acer, oggi è tutto cambiato. Vien da dire, finalmente. Ma di tutto questo non ci si poteva accorgere prima? E, ancora, sono solo questi i protagonisti (scoperti) dello scandalo?
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