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in tribunale

Non è un finto cieco: assoluzione piena

di Alessandra Mura
Non è un finto cieco: assoluzione piena

Bondeno, accusato di truffa all’Inps perché faceva la spesa e guardava l’orologio. La difesa: ha sempre reagito alla malattia

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BONDENO. La sua sola colpa è stata quella di rifiutare la sua cecità. Di cercare di vivere, muoversi, comportarsi come se il suo mondo non fosse abitato da ombre. Così era stato notato mentre faceva la spesa al mercato, guardava l’orologio, camminava con ostentata disinvoltura per la strada. Ed era finito a processo per truffa ai danni dell’Inps, accusato di aver percepito indebitamente per 15 anni l’assegno di indennità di non vedente. Accuse che ieri in tribunale sono cadute di fronte all’evidenza delle perizie che avevano sgombrato ogni dubbio: l’imputato, un 60enne di Bondeno, è affetto da una rara malattia degenerativa della retina, l’Amaurosi congenita di Leber, che lo ha progressivamente condotto a una condizione di ipovedente grave.

Il processo non poteva dunque non concludersi se non con l’assoluzione piena “perché il fatto non sussiste”, sia per la truffa all’Inps, per cui la procura aveva chiesto la condanna a un anno e quattro mesi, sia per la ricettazione legata a un furto all’interno dell’ospedale di Bondeno. Proprio al Borselli infatti l’uomo aveva lavorato prima come conducente di ambulanze e poi, dopo l’insorgere della malattia nel 1985, come centralinista. Prima di finire sul banco degli imputati, tra l’altro, l’uomo era convinto che la sua malattia progressiva fosse insorta in seguito a un incidente stradale. Solo a trent’anni di distanza, e solo “grazie” al processo, ha ottenuto la diagnosi corretta attraverso la perizia del professor Granieri, consulente della difesa.

«È il solo vantaggio che il mio assistito ha avuto dal procedimento penale - commenta l’avvocato Patrizia Micai - perché questi sono stati anni durissimi per lui, additato come un “falso cieco” e un truffatore». I guai erano cominciati nel 2011 quando, in seguito ad alcune segnalazioni, i carabinieri lo avevano osservato, rilevando comportamenti incompatibili con la condizione di ipovedente grave. L’Inps, che si era costituito parte civile, voleva indietro 127mila euro per le indennità percepite dal 1998 al 2013. «La realtà era un’altra, - conclude Micai - lui è un “temerario” che si è sempre sforzato di rimanere autosufficiente, rifiutando di essere accompagnato e ostinandosi a comportarsi come se ci vedesse, a reagire alla sua condizione. L’Inps voleva una condanna e un risarcimento esemplari, quando lo stesso istituto dopo i dovuti controlli gli aveva concesso il contributo come invalido al 100% assimilando il suo stato di ipovedente grave alla cecità».

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