Montanari, l’orgoglio del rinnovamento
L’ex segretario Ds: «Ci giocammo tutto contro il sistema di potere Soffritti-Donigaglia»
Roberto Montanari è un leone ferito quando parla dell’inchiesta che lo coinvolge per le presunte irregolarità circa i rimborsi percepiti da consigliere regionale. Il ruggito si leva alto in Sala Arengo: «Se pensassi di essermi intascato illegittimamente un solo centesimo vi avrei chiesto subito scusa. Non ho mai approfittato di nulla, ho piena fiducia nei magistrati e in me stesso, ma è come se avessi dentro una volpe che mi rotola dentro allo stomaco». Il leone, la volpe. Solo che l’incontro organizzato dal think tank “Pluralismo e dissenso” di Mario Zamorani verte nello specifico sui rapporti tra l’ex segretario Pds-Ds e un altro animale politico molto potente vent’anni fa: Roberto Soffritti. Una fiera a due teste, se vogliamo, e l’altra è quella di Giovanni Donigaglia.
Il pachiderma. Montanari - intervistato da Marcello Pradarelli (Nuova Ferrara) e Stefano Lolli (Resto del Carlino) - rievoca come prese di petto «un sistema di potere – sottolinea - gestito in poche mani che se fosse continuato avrebbe travolto il territorio ferrarese». È l’epoca del “rinnovamento”. «Io e la mia segreteria – ricorda Montanari – eravamo una zatterina contro un pachiderma che ci faceva passare come ignoranti, imparaticci, ragazzi di bottega. Sapevamo che ci saremmo giocati tutto e, soprattutto, non avevamo un prezzo e non eravamo ricattabili». Non fu facile, «ma tenemmo la barra dritta, sempre con il consenso di iscritti e cittadini». Ecco le pressioni, nel 1999, del patron della Coopcostruttori per confermare il sindaco Soffritti. Non passò.
Chiarini sindaco. «Rischiavamo di perdere le elezioni – dice oggi Montanari -. Già anni prima (1995, ndr) proposi le primarie con Franceschini, che se fosse arrivato al ballottaggio avrebbe vinto. Il mio candidato nel ’99 era Maurizio Chiarini, poi gli venne aperto un procedimento giudiziario. Il segretario regionale Matteucci, sentita Roma, prima diede il via libera, poi negò. Chiarini ci rimase male, ma dopo non mise i bastoni tra le ruote e fu importante». Spunterà più avanti il nome fuori dagli schemi di Gaetano Sateriale, la cui giunta «visse ben più di un anno di travaglio, dovuto a numerosi tentativi di sabotaggio», sostiene il suo sostenitore alla guida dei Ds provinciali. Montanari rimette la pellicola ancora più indietro, al comitato federale del Pds che discusse del Palaspecchi: «Il documento finale parlava di cooperazione e partito come entità autonome: Donigaglia mi convocò di notte per dirmi che avrebbe ritirato il suo assessore ad Argenta. Lo affrontai duramente e desistette». C’è quindi la rivendicazione, quando era nelle vesti di segretario regionale, di Del Rio elevato a sindaco di Reggio Emilia, primo non ex Pci.
Caso Cofferati. Tuttavia non siamo al reducismo e basta. «Abbiamo una bella squadra – osserva Montanari, ora nella direzione regionale del Pd – con Franceschini, Tagliani e Calvano». Bene Renzi («ma il riformismo si fa solo con il popolo», rimandato Bersani («in campagna elettorale si è seduto»), bocciatissimo Cofferati: «ha contribuito a farci perdere la Liguria, andandosene dopo aver perso le primarie. E non è vero che gli chiesero di fare il sindaco di Bologna, fu lui a proporsi». Parola di leone ancora non domato.
Fabio Terminali
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