Imprese-crisi, doppia uscita
Chi perde non riesce a riprendersi. Occupati in ripresa. Poco fatturato dalla cultura
Abbiamo probabilmente toccato il fondo della crisi economica e i prossimi dati consolidati su imprese e occupazione dovrebbero essere quelli che segneranno la definitiva inversione di tendenza. Per ora bisogna accontentarsi del movimento in altalena ben descritto dalle 300 tabelle del Rapporto Ferrara, presentato ieri alla Camera di commercio nell’ambito della giornata dell’economia: primi segnali di ripresa nel mercato del lavoro e nella dinamica delle imprese, picco negativo della redditività aziendale. E il contributo dell’industria culturale, tema centrale di quest’anno, resta piuttosto modesto, visto che il rapporto Symbola ci colloca sullo scalino più basso dell’Emilia Romagna, anche se i parametri utilizzati potrebbero essere penalizzanti per la nostra realtà.
Il report annuale sull’economia, illustrato da Guido Caselli, direttore dell’area studi e ricerche di Unioncamere, non consente una lettura univoca sull’uscita dalla crisi. Concentrandosi sulle “misure vitali”, si può annotare come il valore aggiunto procapite sia risultato nel 2014 di 22.461,48 euro, il leggero aumento rispetto all’anno prima ma ancora a 200 euro dai valori del 2011, mentre la posizione relativa in Italia è praticamente immutata (il 53esimo posto). Il tasso di sviluppo imprenditoriale, che esprime la differenza tra natalità e mortalità aziendale, resta negativo: -0,44%, comunque in miglioramento rispetto al -0,82% del 2013 (solo due segni positivi in Emilia). Si amplia la forbice tra le società in utile, sempre le stesse, che aumentano la produzione, e quelle in perdita (il 31,6% del totale) che lasciano sul terreno il 15% del fatturato. E il principale indicatore di salute aziendale, il Roe, è pesantemente negativo: -2,4%, dallo 0,7% dell’anno scorso (le società in utile 7,6%).
Continua il calo del numero di occupati, a quota 106.200, il dato peggiore del 2008, mentre pare esserci un’inversione nella disoccupazione: 13,3% nel 2014, contro il 14,4 dell’anno precedente (trend confermato tra i 25-34enni).
L’apporto della cultura vale il 3,7% del valore aggiunto, cioè 293 milioni di euro, grazie all’apporto di 2.002 imprese e 5mila addetti. Poco, se rapportato ai nostri vicini: Forlì e Parma arrivano al 5%, nessuno in Emilia scende sotto il 4% per non parlare della top ten nazionale, guidata da Arezzo che sfiora il 10% del valore aggiunto. «Nelle prime dieci non ci sono Venezia e Firenze, bisogna quindi interrogarsi su quali parametri vengono utilizzati - ha annotato il sindaco Tiziano Tagliani - È chiaro che se si prendono in considerazione oreficeria o editoria noi non abbiamo presenze significative. Ma ci sono settori d’impresa come assicurazione e trasporto opere d’arte, cataloghi, turismo ciclabile (il Danubio, lo dice chi c’è andato, è meno bello della Destra Po) dove ci sono molte possibilità di sviluppo imprenditoriale. Bisogna però lanciarsi, senza vergognarsi di copiare chi è già avanti. Con i comacchiesi a volte si discute meglio di queste cose che con i ferraresi».
Il sindaco ha molto insistito sull’eccessivo sbilanciamento verso il pubblico degli investimenti in questo settore, e in effetti l’incidenza della pubblica amministrazione sul totale del valore aggiunto è dell’11,8%, il dato più alto dell’Emilia. In ogni caso, ha sottolineato il presidente della Camera di Commercio, Paolo Govoni, «si riflette poco sul fatto che il patrimonio culturale è in grado di alimentare un tessuto produttivo vitale e molto ampio, che però non si riconosce in un unico sistema nè conosce le interdipendenze settoriali». (s.c.)
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