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Morta per legionella, chieste condanne a un anno e mezzo

Il vecchio ospedale Sant'Anna
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Il vecchio ospedale Sant'Anna

Imputati due dirigenti dell’azienda ospedaliera S.Anna. La difesa: «La prevenzione c’era, ma chi doveva attuarla?»

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La morte di Rosa Priore, la paziente deceduta al Sant’Anna di corso Giovecca il 7 ottobre 2011, è stata causata dalla legionella. L’infezione che portò la paziente a sviluppare una letale tromboembolia in broncopolmonite bilaterale grave non può che essere stata contratta all’ospedale, considerato che la paziente era ricoverata da 40 giorni e i tempi di incubazione della malattia variano dai due ai dieci giorni. Le patologie pregresse di cui soffriva la donna non incidono sul nesso causale, e non possono dunque essere indicate come fattori determinanti per il decesso.

Questi gli elementi messi in fila dal pubblico ministero Nicola Proto, accompagnati dalle consulenze tecniche, nonché dalla condanna inflitta poche settimane fa all’azienda ospedaliera dal tribunale civile, nella sua requisitoria conclusa con la richiesta di condanna a 1 anno e sei mesi per entrambi gli imputati, accusati di non aver predisposto adeguate misure di prevenzione per scongiurare la presenza del batterio all’interno della rete idrica dell’ospedale.

A rispondere delle accuse sono due dirigenti sanitari, la dottoressa Paola Antonioli, responsabile medico del modulo dipartimentale, e il suo superiore, il dottor Ermes Carlini, direttore medico di presidio. E se le perizie hanno confermato che la causa del decesso è stata la legionella, e che il batterio era stata trovato negli impianti del vecchio ospedale, è attorno al ruolo e alle competenze degli imputati che ieri, nella fase finale del processo, accusa e difesa si sono date battaglia.

Secondo la procura il programma predisposto dall’azienda ospedaliera per il triennio 2008-2010 «non faceva alcun accenno al problema legionella, soprattutto negli aspetti relativi alla valutazione e alla gestione del rischio, secondo le linee guida contenute nella delibera regionale approvata nel 2008». Il pm è stato molto esplicito nel ritenere che il momento di particolare trambusto dovuto al trasloco imminente dal vecchio al nuovo ospedale possa aver indotto a ritenere quel piano sufficiente. Solo nel novembre del 2011, un mese dopo la morte della paziente, venne predisposto un nuovo programma che sarebbe stato approvato nel gennaio del 2012. Per questo il pm si è detto perplesso a proposito del “water safety plan” prodotto in seguito dalla difesa, risalente al settembre 2011 ma non trovato dai Nas durante la loro ispezione nel febbraio 2012. Ancora più in là è andato l’avvocato di parte civile Alessandro Gabellone, secondo cui il piano del settembre 2011 «è stato prodotto solo per farci credere che ci fosse un programma di prevenzione venti giorni prima della morte della paziente».

Insinuazioni respinte con sdegno dalla difesa (avvocato Andrea Toschi per Carlini e Andrea Marzola per Antonioli): «Se la parte civile crede che abbiamo truccato le carte, si sbaglia di grosso. L’esistenza di quel piano è emersa durante l’esame della dottoressa Antonioli, e la stessa difesa non ne era a conoscenza». I dirigenti, hanno poi sottolineato le difese, si erano attivati a predisporre un piano di prevenzione prima ancora dell’approvazione della delibera regionale del 2008. «E non è vero, come sostenuto dalla procura, che il documento triennale non contempla il problema legionella». In quel piano triennale, ha rimarcato Toschi, «ci sono 38 sottoprogrammi, di cui 11 relativi all’igiene e uno dedicato alla legionella là dove si dispone la “sorveglianza e controllo della qualità microbiologica dell’acqua della rete idrica” con particolare riferimento alla ricerca della legionella». Per questo, ha proseguito «è ingiusto affermare che l’azienda Sant’Anna non è stata attenta al problema legionella, imputando ai nostri assistiti un disinteresse inesistente». Il piano c’era, hanno concluso, eccome. «Compito dei nostri assistiti era descrivere le azioni da compiere, e quello hanno fatto. Realizzarle non spettava loro, quella era competenza dell’ufficio tecnico: che al proposito non aveva mai segnalato la presenza del batterio».

Per la sentenza si dovrà attendere il 12 gennaio.

Alessandra Mura

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