Lo spauracchio della bandiera rossa: due contromosse
Il Comune a caccia della fonte della contaminazione Analisi in mare, ma anche in tutti i canali dell'entroterra
PORTO GARIBALDI. Lo spauracchio dei Lidi si chiama divieto di balneazione. Quando sulla carta della costa spunta la bandiera rossa fra le blu che punteggiano i punti di prelievo dell’Arpa vuol dire che l'acqua non è buona, che il sindaco deve proibire i bagni, che inizia un nuovo periodo di depressione e rabbia per turisti e operatori.
Il punto debole - almeno negli ultimi anni - è lo sbocco del portocanale a Porto Garibaldi. L’acqua dolce incontra quella salata, portandosi appresso ogni condizione e situazione maturata nell’entroterra a corto e lungo raggio.
Di volta in volta sono stati messi sotto accusa le tracimazioni del depuratore di Comacchio in occasione di piogge abbondanti o la rete dei canali irrigui che nel loro percorso trascinano gli scarichi degli insediamenti umani e di quelli produttivi.
Negli ultimi anni è stato appunto l’enterococco ad esagerare e a far scattare i divieti. Che hanno avuto la durata media di 48 ore: il tempo necessario all’Adriatico di diluire o portare altrove la concentrazione di microrganismi. Due giornate soltanto, che però che fanno male, malissimo all’economia dei Lidi.
Negli episodi del 2013 (coincidente con una importante moria di pesci) e del 2014 l’amministrazione di Comacchio venne sonoramente criticata. La sollecitazione più seria e realistica riguardava l’effetto-sorpresa e quindi lo scatenamento di tensioni e ansie innescati dall’ordinanza di divieto di balneazione firmata dal sindaco.
È un atto dovuto, che però suscitò condizioni pure paradossali in alcuni bagni (quelli coincidenti con i punti di prelievo che forniscono esiti fuori parametro). Ad esempio i bagnini dovevano o potevano proibire ai turisti di entrare in acqua? Dov’era il confine del divieto: fra uno stabilimento e un altro, quando gli ombrelloni cambiano colore? Perché l’amministrazione non coinvolse nell’emergenza tutte le realtà della costa?
Siccome l’esperienza aguzza l’amministrazione, proprio in occasione dell’episodio del 17 giugno scorso il municipio di Comacchio ha cambiato radicalmente strategia.
Il sindaco fa capire che infatti è stato predisposto un piano tutto nuovo per affrontare queste eventualità. In due tempi, o meglio, con due corsie. La prima sembra dare buoni esito. Marco Fabbri conferma che non appena l’Arpa ha comunicato il superamento del limite degli enterococchi quasi davanti al portocanale, il Comune ha informato gli stabilimenti balneari, il Consorzio e le associazioni di categoria così da creare una sorta di tavolo di emergenza e di concertazione. Contemporaneamente l’amministrazione ha commissionato campionamenti al Cadf (Consorzio Acqua Delta Ferrarese) e all’Istituto zooprofilattico di Ferrara. Così che l’attesa del nuovo prelievo e dei tempi di valutazione dell’Arpa (un paio di giornate, probabilmente quando il problema è passato) sono stati ristretti dagli esiti di due altre autorità.
Sia il Cadf che lo Zooprofilattico - spiega Fabbri - eseguono campionamenti ormai da tre anni anche nella stagione invernale.
È evidente che Comacchio guarda alla Romagna dove le bandiere rosse sulla carta dell’Arpa ogni tanto compaiono e tempi e modi per affrontare e risolvere le emergenze sono stati contratti.
Facciamo osservare al sindaco della città delle Valli che così, in ogni caso, la fonte della contaminazione non viene scovata e neutralizzata. Fabbri risponde esponendo il secondo segmento del piano d’intervento.
Se in mare opera l’Arpa con un costante monitoraggio, nell’entroterra il Comune di Comacchio ha commissionato una campagna di ricerca alla britannica Wallinford. E il depuratore, che è a monte del portocanale? Fabbri: «Poco c’entra». Il primo cittadino spiega che la Wallinford analizza i canali, i loro percorsi e portate, le concentrazioni delle sostanze disciolte, le provenienze. È una guerra di terra e di mare. (st.sc.)
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