Quel troppo amore malato Condannate nonna e madre
Il ragazzo ieri in aula al processo d’appello bis, ormai il decimo in oltre 15 anni Ridotte le pene ma confermati i ‘maltrattamenti’ per troppa protezione
I giudici lo hanno visto, sentito parlare in aula, difendere i suoi familiari accusati di averlo maltrattato, amandolo troppo, condizionando così la sua vita. «Sono felice, sto bene con i miei nonni e sono contento della mia vita», la sintesi estrema della sua testimonianza che avrebbe dovuto essere la prova che l’affetto dimostrato da quando è nato, 18 anni fa, dai suoi nonni (il nonno morto poche settimane fa) e della madre non era malato. I giudi della Corte d’appello, ieri, lo hanno visto ed ascoltato. E deciso che l’amore di madre e malatissimo: da qui al condanna per maltrattamenti , 2 anni alla madre e 1 anno alla nonna, in continuazione con un altro processo, stessi reati, stesse situazioni, di quando lui, era più piccolo. Dunque, nemmeno le sue parole, anche di sfida verso giudici e testimoni, che non hanno mai detto il vero, sono servite a discolpare i suoi familiari. Lui oggi 18enne e maggiorenne e dunque non più sotto tutela di Asl o altro, ha riferito di essere felice nel suo nucleo famigliare, accusato invece di averlo maltrattato (il reatao è maltrattamenti, non esistendo reato adeguato a questa incredibile storia).
L’avvocato Dario Bolognesi che assiste la famiglia del ragazzo, spiega che «i giudici hanno fortemente ridotto le pene» e così, soprattutto, non andranno in carcere (il rischio era concreto con la somma delle condanne dell’altro processo. «La sentenza è un compromesso che non rende giustizia alla realtà - spiega il legale - perchè il giovane C. (non abbaimo mai rilevato l’identità quando era minorenne, non riteniamo di farlo ora, ndr) è stato molto chiaro e convincente nello spiegare in modo corretto e colto che i familiari non lo hanno mai condizionato: il ricorso in Cassazione è scontato». Il processo era già giunto in Cassazione ed è stato rispedito indietro in appello per sentire proprio il ragazzo.
Di senso opposto la lettura del processo da parte del legale Andrew Stowe che assiste il padre del ragazzo, che da quando è nato il figlio lo ha visto 3/4 volte e si era attivato in questa battaglia giudiziaria senza fine per avere affidamento condiviso. «Siamo convinti e lo abbiamo dimostrato che la testimonianza davanti ai giudici sia la prova del danno che ha subito il ragazzo in tutti questi anni: la sua incapacità di porsi criticamente di fronte ad un problema e averlo subito senza rendersene conto: come il sequestrato che si innamora del sequestratore». L’avvocato Stowe ha seguito fin dall’inizio il caso (ormai siamo ad una decina di processi nei vari gradi) e ancora oggi spiega «dopo esserci rivolti a tutti interpellanze parlamentari, tribunali, scuole, parrocchie, servizi sociali, tutti ci hanno sempre dato ragione, il padre doveva esser parte della vita del figlio. Invece nessuno ha reso esecutivi questi provvedimenti». (d.p.)
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