«Gli passai tante mazzette una era da diecimila euro»
Tangenti Acer, la deposizione dell’imprenditore Dianti contro Di Salvatore Il titolare della Global Impianti: lui ritardava i pagamenti e io allora pagai
Filippo Dianti parla a voce bassa. Per sentire le sue parole, nell’aula B del tribunale, bisogna drizzare le orecchie mentre depone al microfono nell’udienza per le mazzette Acer. Nel processo si è costituito parte civile contro l’unico imputato ancora in attesa di giudizio: Salvatore Di Salvatore, ex coordinatore dell’Ufficio manutenzione Acer accusato di concussione, cioè di aver preteso tangenti dal titolare della Global Impianti, appunto Filippo Dianti. Di Salvatore lo segue con lo sguardo dal banco della difesa e non si perde una parola. Alcune risuonano più volte nelle orecchie dell’imputato: «Di Salvatore mi diceva sempre che il tempo ha un valore, che il tempo è danaro - risponde Dianti alle domande del pm Patrizia Castaldini - Intanto non chiudeva il conto dei lavori e non mi pagava quelli già fatti, anche se avevano superato i 150mila euro, somma oltre la quale - da contratto - avrebbero dovuto essere saldati». Il credito in giacenza poteva così toccare anche i «300mila euro. Io gli chiedevo di pagare l’avanzamento dei lavori, gli spedivo delle e-mail». E lui rispondeva?, chiede il pubblico ministero. «Dovrei guardare», ribatte Dianti. Che non ricorda sempre date e circostanze. Di Salvatore era un amico con cui andava a cena e in palestra, non solo un referente professionale, una persona con cui si relazionava frequentemente per i corposi appalti che la Global Impianti riceveva da Acer, parte civile nel processo con l’avvocato Eugenio Gallerani. «Io sollecitavo i pagamenti e Di Salvatore mi diceva “la prossima volta faremo meglio”»: così nella testa di Dianti spunta il sospetto che per velocizzare la liquidazione delle somme che procede a rilento bisogna far circolare il denaro anche in senso inverso. «All’inizio le richieste da parte di Di Salvatore non erano esplicite. Presi io l’iniziativa - racconta Dianti - e gli offrii una busta da mille euro. Lui la prese». Dianti giustifica l’azione che potrebbe apparire come un tentativo autonomo di condizionare le scelte del funzionario pubblico indicando come “debole” la posizione dell’impresa, che necessitava di pagamenti regolari e quindi era ricattabile: «Avevamo un’alta esposizione economica e potevamo trovarci in difficoltà. Così, quando si configurava il ritardo io subito sollecitavo e poi portavo i soldi». Questo avvenne almeno 10-15 volte tra il 2007 e il 2009-2010. Le buste erano da 1000-1500 euro, elenca Dianti. Mentre era in corso un appalto di oltre 100mila euro, tra il 2006 e il 2007, «Di Salvatore mi chiese una percentuale sui lavori - prosegue Dianti - Prima fissò la somma a 15mila euro, io protestai e fu definita una cifra di 10mila euro. Glieli consegnai in tagli da 50 euro. Così il versamento per l’appalto si sbloccò». Uno dei motivi che spingevano Di Salvatore a “mungere” l’impresa era «lo straordinario che forse l’Acer non gli riconosceva. Di Salvatore mi ripeteva che “doveva farlo saltare fuori”». Ma le dazioni di denaro non erano l’unica utilità richiesta dall’imputato.
«Di Salvatore mi chiese anche di assumere sua moglie (o compagna) dell’epoca per fare le pulizie in azienda - aggiunge il teste - La tenni un mese-un mese e mezzo, pagai due buste da 1000 e 1500 euro ma non potevo sostenere questa cosa e non solo dal punto di vista economico, la signora infatti non aveva la patente e doveva essere accompagnata sul posto di lavoro da qualcuno della ditta». Dianti ricorda che «noi pagammo materiali acquistati da altre persone indicate da Di Salvatore». Tra il 2009 e il 2010 vennero registrati alcuni filmati in uno dei quali venne ripreso un passaggio di soldi tra Dianti e Di Salvatore, dove quest’ultimo spiegava però di aver svolto lavori per Dianti. Due anni dopo, essendosi prima consultato con un maresciallo dei carabinieri, Dianti si rivolse alla Finanza alla quale denunciò i fatti. Perché aspettò tutto quel tempo?, vogliono sapere i giudici.
«Temevo di essere isolato, cosa che poi avvenne», spiega Dianti. Il quale racconta di essersi rivolto alla Finanza nel 2012 anche se «le richieste di denaro erano cessate». Rispondendo al suo avvocato di parte civile, Alberto Bova, Dianti dice: «Le vessazioni però continuavano con i ritardi nei pagamenti». Poi aggiunge: «Andai avanti anche perché avevo già interpellato il maresciallo». «Sì, ma a lui chiese solo un consiglio da amico», obietta il giudice Luca Marini, apparso perplesso rispetto a questa motivazione. Poco dopo Gianluca Goglino, direttore tecnico della Global Impianti, conferma: «Dianti mi parlò dei ritardi nei pagamenti, dei favori che faceva a Di Salvatore, dell’assunzione della compagna di Di Salvatore, dei materiali pagati ma utilizzati da altri e dell’accordo sulle percentuali». (gi.ca.)
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