Ferrara, i 400 predatori del pesce stanno distruggendo il Po
Bande super organizzate saccheggiano il fiume di notte con reti enormi. La strage alimenta il mercato nero. Gli esperti: si rischia il disastro ambientale
COPPARO. In questa spianata che si chiama Porta del Delta, a Serravalle, adagiata sotto l’argine, la gente e le targhe parlano soprattutto austriaco. Qui, da maggio a settembre inoltrato, si svolge una singolarissima attività: la pesca al siluro. Fin qua nulla di grave, anzi. In questo tratto il Grande Fiume raggiunge, in certi punti, anche i 300 metri da sponda a sponda. Ma dall’altra parte, quella veneta, è tutta un’altra storia, ed è una storia che riguarda sempre lo stesso fiume e che rischia di trasformarsi in cronaca anche nel Ferrarese. Dall’altra parte, quella veneta, lo Stato un giorno è arrivato. E ha lasciato i segni della legge. Garage quasi sommersi dalla boscaglia sono stati circondati con il nastro adesivo che viene messo quando si applicano i provvedimenti di sequestro. Da questa parte la Forestale ha scoperto celle frigorifere grandi come casette per due persone, capaci di contenere tonnellate di pesce rubato al Po per poi essere confezionato in barba alle più elementari norme igieniche e poi caricato su furgoni che fuggono verso mercati illegali. Ma appena lo Stato se n’è andato, i fuorilegge hanno ripreso a “lavorare”. Borgo Fiorito, non lontano da Serravalle (guardando la sponda veneta) è in Comune di Adria, Rovigo. È solo uno dei luoghi di questa guerra sorda, figlia di un dio minore perché spesso politicamente poco appetibile. Una guerra impregnata di omertà, minacce e sottili paure. È la guerra contro i nuovi predatori del Po. «Pirati», «barbari», li chiamano da queste parti. Ma pescatori capaci. «Solo nel Mantovano - dichiarò qualche mese fa Claudio Castagnoli, comandante della Polizia provinciale di Ferrara - le indagini hanno portato alla luce almeno 8 bande, ma sono molte di più». Una sorta di grande cupola del pesce, dove niente è lasciato al caso. Che predilige in particolare la pesca di siluri, carpe e cefali. Ma il problema, in questa storia di bieco bracconaggio, è anche più ampio: violazione delle leggi igienico-sanitarie, evasione fiscale, scarico abusivo di liquami di ogni genere, addirittura abusi edilizi. Un mix di reati contro i quali spesso lo Stato ha le armi spuntate, un tumore combattuto con una scatola di aspirine. Per fortuna non mancano i successi: la Polizia provinciale di Ferrara ha recuperato in pochi mesi qualcosa come 16 chilometri di reti illegali, una quindicina di barche e altro materiale non consentito. «Ma queste sanzioni - aggiunge sempre il comandante Castagnoli - non hanno un effetto deterrente; su 46mila euro di multe elevate, ne sono state riscosse appena 4.500...». L’unica cosa che i predatori temono per davvero è il sequestro dei mezzi. E qui casca l’asino. Perché bisogna entrare nei meandri del diritto penale, contestare ad esempio, come indicano gli esperti, l’articolo 733 - bis, quello sulla distruzione di habitat in un sito protetto. Per la verità, e anche qui Castagnoli ha giocato un ruolo importante, starebbe arrivando in porto una legge regionale che prevede la confisca dei veicoli nel momento in cui si accerta il bracconaggio. E a questa legge potrebbe essere attaccata un’appendice: il divieto di pescare la notte. Perché è nel buio che questi predoni agiscono indisturbati.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
