Poletti tira dritto «Il lavoro stabile sta aumentando»
Più tempi indeterminati grazie al «pacco di soldi» statali Ricetta post-concertazione: ascoltiamo tutti, poi decidiamo
Vi ascoltiamo come ascoltiamo tutti, si discute, ma alla fine è il governo a decidere, assumendosi le responsabilità. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha profittato della mattinata ferrarese per ribadire uno dei punti più cari al Governo Renzi: basta con la concertazione, basta con leggi e riforme partorite dopo lunghissime trattative, con i sindacati o con i rappresentanti delle imprese. L'ha detto davanti a una platea non scontata, quella di Confartigianato, che l'ha invitato alla Camera di Commercio a parlare della riforma del mercato del lavoro. «Chiediamo un impegno a rassicurarci sul fatto che non esistono associazioni di serie A e associazioni di serie B» aveva provato a chiedergli il segretario Giuseppe Vancini. E l'imolese «figlio di contadini nato a venticinque chilometri da qui» (alla biografia andrebbero aggiunti gli anni da presidente nazionale Legacoop) non si è fatto pregare. «È fondamentale che la società si organizzi in corpi intermedi, con cui va mantenuto un canale di discussione, ma detto questo la democrazia prevede che alla fine ci sia uno con la responsabilità di decidere: questo Governo dice dei sì che sono sì e dei no che sono no. Se nò, siccome ho un camper e una nipotina, prendo e vado a star meglio da un'altra parte». Non è un esecutivo per tutte le stagioni, questo: «Il giorno in cui non ci saranno più le condizioni per fare, lasceremo». Parole di un certo peso, visto che ultimamente in tanti prestano attenzione alla sempre più esigua maggioranza al Senato (addirittura nell'ultima fiducia i voti a favore del governo si sono fermati a 159, meno della metà). La logica del "tirare diritto" l'esecutivo l'ha seguita anche durante le discussioni sull'articolo 18, che un solco tanto profondo hanno scavato tra Pd e Cgil (ieri ad ascoltare Poletti non mancava però il segretario generale Raffaele Atti). «Sia la Camera sia il Senato ci avevano chiesto di cambiare la nostra legge sul licenziamento collettivo - ha ricordato il ministro -. Noi con fatica e sofferenza abbiamo deciso di non cambiarla, e non perché la richiesta fosse dannosa, ma perché il mondo ci stava guardando e si diceva: quando la sinistra e la Cgil glielo chiederanno, alla fine molleranno».
Non solo di articolo 18 si è però occupato il suo Ministero: «Abbiamo messo un pacco di soldi per promuovere i contratti a tempo indeterminato, sgravando i datori di lavoro dai contributi - ha rivendicato - e abbiamo tolto il costo del lavoro dall'imponibile Irap, rendendo più vantaggiosi questi contratti in maniera permanente. Da gennaio, tutti i dati ci confermano che i tempi indeterminati sono in aumento». Un risultato, quest'ultimo, riconosciuto anche da Vancini, il quale non ha comunque fatto a meno di notare come in termini assoluti ancora sia difficile notare una crescita degli occupati. Ma è stato soprattutto un modello, quello della piccola impresa, magari a carattere famigliare, che Poletti ha voluto rivendicare davanti alla platea di artigiani. Senza rinunciare a un'altra stoccata verso sinistra. «C'è ancora qualcuno che pensa all'impresa come a una disgrazia che ci tocca sopportare, eppure dobbiamo piantarla di pensare che l'unico rapporto tra titolari e lavoratori sia l'alternanza fra conflitto e contratto». Che, detto con l'accento emiliano, suona ancora meglio.
Gabriele Rasconi
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
