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Fondazione Carife: dilemma da 70 milioni

Fondazione Carife: dilemma da 70 milioni

Dire sì alle azioni da 27 centesimi significa ‘congelarsi’ e rischiare cause. «Il ministero ci dica che fare»

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FERRARA. «Le decisioni che verranno prese dalla Fondazione per dare tempestiva risposta alle scadenze prossime, lasciano impregiudicata ogni successiva riflessione in merito alle ragioni che hanno portato ad una crisi così profonda e protratta nel tempo». Si chiude così la nota che il consiglio di amministrazione della Fondazione ha emesso ieri sera, che lascia in sospeso un giudizio sugli anni del commissariamento, s’intuisce non benevolo («è legittimo supporre che una maggior celerità avrebbe consentito di salvaguardare una quota più soddisfacente del patrimonio originario» si legge in riferimento alla vendita della banca), e non scioglie il dilemma di fondo. Un dilemma da quasi 70 milioni di euro, che si trasferisce direttamente nell’organo d’indirizzo e in assemblea dei soci, già convocati per il 22 luglio, e che riguarda la partecipazione in Carife. Il pacchetto di oltre 23 milioni di azioni della banca, di proprietà di Palazzo Crema, è infatti atteso, all’assemblea straordinaria del 30 luglio, ad una maxi-svalutazione per mano dei commissari Antonio Blandini e Giovanni Capitanio, che “propongono” all’assemblea l’abbattimento quasi totale del capitale sociale e la conseguente fissazione del valore unitario del titolo a 27 centesimi. La proposta è un prendere o lasciare, nel senso che, come ribadito nell’atto di convocazione, «l’ordine del giorno dell’assemblea è stato stabilito in via esclusiva dai commissari straordinari e non è modificabile nè emendabile», visto che in amministrazione straordinaria «le funzioni delle assemblee sono sospese» e i soci tornano in possesso delle loro prerogative solo al momento del voto. Il fatto di non essere chiamati ad approvare il bilancio di questi due anni di commissariamento, ma solo di poterlo visionare, è pure previsto dalla legge in tutti i casi di questo tipo.

Si potrebbe aggiungere che la scelta, per i vertici di Palazzo Crema, è tale solo nominalmente. Questo perché l’alternativa al voto favorevole alle manovre dei commissari, è un siluro all’operazione successiva, cioè il varo dell’aumento di capitale da 300 milioni di euro, riservato interamente al Fondo interbancario per la tutela dei depositi, che è indispensabile per evitare la liquidazione della banca. Nell’ordine del giorno si parla, in verità, di «contestuale aumento di capitale» e non si usa la formula del «condizionatamente al...», utilizzato ad esempio nel legare le emissioni dei warrant al sì sullo stesso aumento di capitale. Ma se non si coprono le perdite evidenziate nel bilancio al 31 marzo, con la manovra sul capitale e le riserve, l’operazione-Fitd entrerebbe in territorio inesplorato.

Il sì quasi obbligato all’abbattimento di capitale della banca, però, equivale però ad un mezzo suicidio per la Fondazione. Attualmente le azioni Carife sono iscritte in bilancio al valore unitario di 3,13778 euro, con un valore complessivo della partecipazione pari a euro 72.415.205,53. Il nuovo valore unitario del titolo, a 27 cent, dovrebbe essere subito registrato dal bilancio di Palazzo Crema, e significa appunto una minusvalenza di oltre 66 milioni. Poco, se si considera che un paio di anni fa la Fondazione fu costretta ad accettare una svalutazione di oltre 109 milioni di euro, a causa del crollo di valore di mercato del titolo della banca. Moltissimo, se significa che «l’investimento in Carife e la relativa consistenza patrimoniale risultano quasi totalmente compromessi, ad esito di un percorso particolarmente lungo e sofferto, che ha manifestato le prime importanti criticità nel 2009 e che ha visto il proprio epilogo nei due anni della procedura» c’è scritto nella nota. Si andrebbe incontro ad anni di “congelamento”, quanto meno.

Obbligata appare la strategia del presidente Riccardo Maiarelli e degli altri consiglieri. Convocazione rapida degli organi, appunto, «cui seguirà il successivo immediato interessamento del ministero dell’Economia, Dipartimento del Tesoro, nell’auspicio che questo fornisca quanto prima le indicazioni e valutazioni di propria competenza, quale autorità di vigilanza sulla Fondazione». Al di là dei tempi strettissimi («l’intento è di fare tutto il possibile per consentire al nostro ente di intervenire all’assemblea della banca, munito dei poteri necessari per esprimere la propria posizione»), il timore dei vertici di Palazzo Crema è di esporsi comunque ad azioni di responsabilità da parte dei soci, in caso non tutelassero adeguatamente il patrimonio. Già, ma qual è il modo migliore? Accettare una maxi svalutazione in attesa di tempi migliori, grazie al warrant che «rappresenta una concreta possibilità per gli azionisti di partecipare alla ripresa della banca e al suo futuro»? O che altro? Indicazioni dovrebbero arrivare dal ministero, il rischio però è di dover decidere da soli.

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