Le carie preistoriche? Nel Paleolitico si curavano così
A distanza di anni dalla scoperta dell’Uomo del Villabruna ricercatori ferraresi risalgono alle origini delle cure dentali
È il 1988 quando un appassionato archeologo si imbatte, all’interno del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, in uno scheletro quasi perfettamente conservato, risalente a circa 14.000 anni fa, in pieno Paleolitico superiore: quando è morto, probabilmente di anemia, l’uomo aveva 25-30 anni ed era un cacciatore, visti i reperti ritrovati in quella che si può considerare una vera tomba.
Tuttavia la sua particolarità è un’altra, scoperta dal team dell’Università di Ferrara: sul terzo molare inferiore destro era presente una lesione cariosa e si notano tracce di un intervento manuale, alquanto rudimentale, per curare l’infezione, all’epoca molto più rara che ai giorni nostri. Boom: ecco il primo “dentista” della storia, non si sa se lo stesso Uomo del Villabruna (questo il nome che gli è stato affibbiato, in ricordo di Aldo Villabruna che lo scoprì) o un’altra persona che ha operato in suo favore mentre era in vita. Finora la scienza datava il più antico trattamento dentistico all’epoca Neolitica, tra i 9.000 e i 7.000 anni fa. Ora il salto all’indietro di quasi cinque millenni.
«A distanza di 25 anni dalla scoperta dello scheletro – spiega Marcello Peresani, archeologo della sezione di Scienze preistoriche e antropologiche del dipartimento di Studi umanistici di Unife – gli studi sono ripresi. Apriranno ulteriori prospettive per altri colleghi (la ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Scientific Reports”, ndr) e presto arriveremo ad analizzare il Dna dell’uomo e in modo più approfondito il suo apparato masticatorio. Intanto i risultati sono stati davvero innovativi: la nostra scoperta mostra come, agli albori, la medicina dentale sfrutti abilità, competenze creative e tecnologiche presenti ben prima del Neolitico»..
Il tutto passando attraverso numerose fasi, illustra Gregorio Oxilia, dottorando di ricerca: dalla ricostruzione funzionale della dentizione all’uso del microscopio elettronico a scansione per visualizzare e analizzare le lievi incisioni presenti nella cavità dentale, fino ai test utili a confermare che questi solchi sono stati prodotti da uno strumento microlitico. Ovvero un “toothpicking”, «ciò che noi chiameremmo stuzzicadenti, all’epoca bastoncini in legno o osso, utilizzati già a partire da due milioni di anni fa per asportare piccoli frammenti di cibo rimasti intrappolati tra i denti», sostiene Oxilia. Quindi una piccola punta di pietra con cui si sollevava e asportava il tessuto infetto, non lo si trapanava come oggi. Non è stata trovata traccia di pasta curativa, aggiunge Peresani, «almeno non su questo reperto; è stato tuttavia notato su altri, più recenti». Gli studi sono in corso in città a Palazzo Turchi di Bagno, dove tra l’altro è visibile la ricostruzione della sepoltura del Riparo Villabruna. La ricerca viene condotta in collaborazione con l’Università di Bologna e lo studio odontoiatrico ReaSibilia di Ferrara.
Fabio Terminali
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