Carife, il rischio della pietra sopra
Le cinque domande ai Commissari del direttore della Nuova Ferrara
FERRARA- È un buco nell’acqua, ma provo lo stesso. A undici giorni dall’assemblea straordinaria che segnerà il futuro di Carife derelitta, rivolgo ai commissari le cinque domande impilate qui a sinistra. Se c’è una cosa balorda è quella di porre quesiti a soggetti che per ufficio e protocollo meno parlano e meglio è. Di questi indovinelli non se ne farà nulla. Ma la tentazione della città e della provincia di capire (provare a capire) è così forte che io e la Nuova Ferrara ci facciamo portavoce. Portadomande. Questa è dunque una richiesta che ha un esito al contrario. Già sapendo di non conseguire repliche, sono consapevole di delineare lo stato d’animo di almeno 29mila famiglie ferraresi (28mila gli azionisti e quasi mille i dipendenti). Perché, mi pare, si vanno conformando due correnti di pensiero sui tormenti della Cassa di Risparmio con i suoi 376 milioni bruciati e un’azione che oggi vale 27 centesimi.
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LA PRIMA CORRENTE. Gira intorno ai commissari, Capitanio e Blandini (con un ricordo di Inzitari negli esordi della gestione, maggio 2013). Come le cinque domande permettono di intuire, sono ritenuti severi, arcigni, puntuali compilatori di un elenco di fatti che avrebbero ridotto la banca nello stato corrente. Addirittura, secondo qualcuno, i commissari sarebbero stati quasi del tutto occupati a compilare l’azione di responsabilità nei confronti di 31 soggetti, ex amministratori e dirigenti di Carife. Cioè a pretendere la cifra galattica di 309 milioni in risarcimento dei danni subiti dalla banca. La cifra è così galattica d'essere stata scontata italianamente all'origine a "soli" 100 milioni. Di contro i commissari fustigatori - sempre per certa interpretazione - non sarebbero però stati capaci di trovare un compratore per Carife. Lo sbarco a Ferrara della Popolare di Vicenza è sfumato insieme ai sogni egemonici dell'istituto veneto. E la Cassa di Risparmio di Cento, fatti due conti, ha spento il suo interesse su corso Giovecca. I commissari non sono riusciti neanche a vendere la palla al piede napoletana di Affari e Finanza. Nel suo documento di giovedì la Fondazione Carife smagrita all'inverosimile aggiunge che in questi due anni sarebbe comunque mancata celerità. Riporto, tale e quale: “È legittimo supporre che una maggior celerità avrebbe consentito di salvaguardare una quota più soddisfacente del patrimonio originario”. Insomma, si va ricamando anche il bilancio del commissariamento. Nei pensamenti ferraresi c'è dell'altro. Come la necessità di capire perché la Banca d’Italia nel 2013 commissariò Carife quando nei due anni precedenti - caratterizzati da ispezioni e stretti controlli - non veniva presa decisione senza che la banca non informasse l'istituto di vigilanza.
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LA SECONDA CORRENTE. S’insinua fra ruoli e responsabilità dei 31 soggetti raggiunti dalla richiesta di risarcimento. È possibile che questi signori, appartenenti alle due ultime e distinte gestioni di Carife, abbiano avuto indistintamente la stessa responsabilità (semmai verrà riconosciuta dal Tribunale delle aziende)? Può davvero, in un sol colpo, essere chiamata in causa un’intera classe dirigente, o meglio larga parte dell’establishment ferrarese? Queste sono domande, non insinuazioni, che cominceranno a conseguire risposte soggettive non appena inizierà il dibattimento, in ottobre. Scrivo soggettive, perché ognuno dei 31 signori raggiunti dall’azione di responsabilità, credo avrà molte cose da dire, e parecchie carte da esibire. Tante posizioni, tante verità, che messe insieme forse potranno rappresentare un quadro reale di quello che è capitato in corso Giovecca. Messe insieme potranno finalmente disgregare l’autodifesa in blocco della classe dirigente ferrarese. A ognuno il suo. Fondamentale per questo obiettivo è l’inchiesta aperta dalla procura della Repubblica che ha inaugurato una lunga e larga azione di scavo. Certo, a settembre con l’arrivo del Fondo Interbancario per Carife si aprirà una pagina nuova. Ben venga. Già si comincia a guardare a un roseo futuro (con quali volti nuovi ai vertici dell’istituto?) Bisogna fare il possibile perché la “pietra sopra” non cali inesorabile sul capitolo del patrimonio dissipato e sull’obbligo e diritto dei 31 ex di poter dimostrare ampiamente la bontà della loro gestione. Così la pensano 28mila famiglie azioniste.
Stefano Scansani
s.scansani@lanuovaferrara.it
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