Paesaggio lunare. Ferrara, è la gran secca del Po
Da Ravalle a Pontelagoscuro tra dune di sabbia bollente e rari esseri umani. L’acqua è un brodo giallognolo e schiumoso
La temperatura percepita, ecco come si calcola
FERRARA. Lo spauracchio è rappresentato dal 2006 quando qui a Pontelagoscuro fu toccato il record di secca. A giudicare da un indicatore di livello molto artigianale, l’acqua lambì, allora, tacche mai nemmeno immaginate. Siamo in auto (dove il computer/temperatura oscilla tra i 34° e i 35°): partenza da Ravalle, arrivo fissato al circolo Canottieri, poco dopo Pontelagoscuro. L’orologio segna le 12,30. «Il peggio - ci dice Claudio, che abita a pochi metri dal fiume e che incontriamo sull’argine - sono le conseguenze per i campi coltivati». Basta girarsi dall’altra parte del Po. Mais, pomodori, barbabietole, soia, persino i girasoli, soffrono una siccità estenuante, già sofferenti dopo giorni e giorni di arsura. Il paesaggio del Po è lunare. Isole di sabbia affiorano, dune grigie e bollenti come griglie per le bistecche, tronchi che spuntano all’improvviso, zattere e barconi arenate, detriti che si vanno a depositare ovunque, “pastine” gialle che transitano a pelo d’acqua, schiuma, rimasugli di falò e bottiglie vuote. Argini bruciati dal sole, nudi e sassosi. Il fiume è un vecchio padre ormai privo di forze, stanco e solo: pioppi e salici argentei lo assistono, attorno ad un capezzale che scotta, come tanti figli impotenti. Da Ravalle, via argine Destra Po, fino a Pontelagoscuro, nei punti più elevati il corso del Grande Fiume assomiglia ad una sterminata minestra giallastra, ferma. Il fiume scorre ma il suo scorrere è quasi impercettibile.
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Qualche temerario si nota. Come un uomo, sulla cinquantina, che dopo aver fatto un giro in barca rimette a posto il motore mentre in mutande cerca un improbabile refrigerio. Gli applausi di un amico sono una macchia allegra di folklore in un silenzio assordante. Ormai ci si è rassegnati: le poche persone che troviamo sul nostro cammino sperano già nelle ormai immancabili piogge di Ferragosto (ma possibile che quasi ogni anno il 15 di agosto piova?). Cerchiamo di addentrarci tra i rovi per arrivare il più vicini possibile all’acqua, ma la voce di un agricoltore ci blocca: «Venite a vedere qui - ci dice - : Qui i danni sono enormi. Saremo costretti a cogliere il mais in agosto, e poi mai visti così presto i grappoli di uva rossa». Ma questi sono solo alcuni dei problemi: sono anni che l’Aipo (l’agenzia che controlla come vive il fiume) formula prognosi riservate in attesa che qualcuno (quelli che oggi si devono chiamare decisori pubblici) prescriva, finalmente, i farmaci giusti. Espressioni come mettere a regime le utenze, evitare il cuneo salino e uso plurimo delle acque, sono diventate formule vuote. Perché il Po, di cui molti parlano e pochi, pochissimi si curano, è ormai stanco di tutto, “un serpentone dalle larghe e inutili spire”(copyright Gianni Brera) lasciato vigliaccamente al proprio destino. Si parla di siluri e altri pesci che qualcuno, con la testa sotto un ombrellone piantato su una riva ormai larghissima, spera di pescare, ma tra mille (necessarie!) precauzioni: «Mì clà roba lì an la magn mina, iet un mat? L’é roba da andar all’usdàl».
Si riconoscono (e sono talmente belli che si tira un sospiro di sollievo) i cormorani, gli aironi e i gabbiani sopra al grande canyon che si espande. «Venga a vedere - ci dice ancora Guido, prima dei saluti - qui l’acqua è bassissima. Fate attenzione». Un fiume che sprofonda nel canyon sembra quasi un paradosso. Ma questo oramai è un molle Far West senza più sceriffi.
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