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«Mercato, vicini a una buona soluzione»

di Gian Pietro Zerbini
«Mercato, vicini a una buona soluzione»

Alessandro Osti, direttore di Confesercenti, parla delle problematiche e dei progetti legati al commercio di Ferrara

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Ha deciso di uscire allo scoperto dopo che in tutti questi mesi ha mandato avanti gli operatori commerciali. Alessandro Osti, direttore provinciale di Confesercenti fa il punto tra progetti, polemiche e problematiche di un settore sempre in continuo fermento.

Lei in questi mesi è sempre stato un tantino defilato nella battaglia sul mercato del Listone. A bocce un po' più ferme non le sembra il momento di esporre la sua analisi su quanto è successo?

«La gestione mediatica che abbiamo preferito dare alla vicenda è stata quella di far parlare gli operatori, chi fa questo mestiere, ne conosce bene le dinamiche perché lo vive sulla propria pelle. Questa è stata la cosa che più mi ha rammaricato di questa vicenda, la superficialità con la quale molta gente ne ha parlato, pontificando e decidendo sul lavoro altrui come se si stesse parlando di una partita di calcio al bar. Ora c'è un percorso che l'Amministrazione ha intrapreso che non chiude però la strada ad accordi diversi in itinere. Mi piace essere ottimista, pensare che si trovi la soluzione adatta a salvaguardare le rispettive esigenze. Un finale diverso sarebbe paradossale, una ulteriore batosta che la città non si può permettere».

Rispetto al passato mi sembra che la Confesercenti sia meno in sintonia con le scelte dell'amministrazione comunale in materia di commercio. Come mai?

«Essere o meno in sintonia dipende dalle scelte che vengono fatte, non si tratta certo di una scelta ideologica. Vediamo favorevolmente le opere che migliorano la viabilità della città, la tangenziale in primis, la messa in sicurezza degli eventi che garantiscono i flussi turistici alla città. D'altra parte vediamo atteggiamenti di grande riverenza verso importanti gruppi che arrivano con nuovi insediamenti contribuendo a cementificare ulteriore un territorio già pieno di capannoni vuoti, con la promessa di nuovi posti lavoro, che a volte si risolvono con la chiusura o la crisi di altere attività come la vicenda Brico ci ha insegnato. Poca attenzione invece per le piccole attività, il 95% del nostro tessuto economico, vessate da mille fardelli, veti “estetici” e dallo svuotamento di funzioni della città, ospedale ed altri importanti uffici pubblici portati fuori dal centro rendendolo così meno frequentato e facendo un bel regalo alla Gdo».

La vostra battaglia contro il concorrente numero uno, la grande distribuzione organizzata, appare più affievolita. Avete trovato un accordo o avete gettato la spugna per concentrarvi su altre problematiche?

«Non direi proprio che abbiamo affievolito la battaglia, si è spostata però su altri tavoli, che grazie a Monti hanno esautorato quelli locali. Ricordo che grazie a Confesercenti ed alla raccolta di firme che abbiamo fatto anche nel nostro territorio, è in discussione al Parlamento una legge di iniziativa popolare che intende limitare questa assenza totale di regole sulle aperture. Certo che nella nostra città la Gdo ha già ottenuto tanto, troppo direi, e questa saturazione sta probabilmente portando ad avere a loro volta un po' di sofferenze, meno comunque delle piccole imprese, ma sanno lamentarsi di più, hanno l'arma dei licenziamenti, delle procedure di mobilità e l'accesso quindi ad ammortizzatori di cui i piccoli non beneficiano. Anche qui la politica è forte con i deboli e debole con i forti».

I rapporti con l'Ascom, l'altra associazione del commercio, sono sempre un po’ conflittuali, vedi la vicenda della Fiera del regalo. In questi casi l'unione può fare la forza, mentre voi arrivate spesso divisi alla meta. Come mai?

«Non sono d'accordo, i rapporti con la nuova dirigenza Ascom sono direi invece molto buoni. L'unica cosa che mi ha lasciato perplesso è stata la posizione sulle problematiche degli operatori su aree pubbliche. Per il resto ci si confronta quasi sempre sulle questioni che interessano i settori di nostro interesse. Concordo invece che uniti si può ottenere di più, e divisi si fa il gioco dell' avversario».

Altra spinosa questione è l'outlet di Occhiobello. Avete sempre avuto una posizione di rifiuto totale e - si mi passa il termine - "gufato" sulle sorti di questa struttura che dovrebbe aprire tra pochi mesi dopo molti ritardi, rinvii e vicissitudini?

«Ma siamo poi sicuri che aprirà? Ormai di questi annunci ne abbiamo visti tanti, senza poi un seguito effettivo. Speriamo sia così anche stavolta. Noi su questa vicenda siamo coerenti con quanto abbiamo sempre detto, ritenendo che l'apertura di una struttura di questo tipo a 10 chilometri dalla città rappresenti un danno per un tessuto commerciale già molto debole. E non mi si venga a raccontare che può portare turisti che poi vengono a visitare la città. Provate a chiedere a Parma e Mantova se funziona veramente così. Per questo saremo sempre al fianco dei colleghi di Rovigo per mettere in atto tutte le iniziative che dovessero contrastarne l'apertura».

Se fosse l'assessore Roberto Serra, quale sarebbe il primo provvedimento che adotterebbe per incrementare il commercio in centro?

«L'assessore ha la fortuna di riunire due deleghe importanti: commercio e patrimonio. Sono sotto gli occhi di tutti i numerosi locali commerciali vuoti di proprietà del Comune, alcuni anche da moltissimo tempo. Un progetto di assegnazione dei suddetti locali a nuove attività “virtuose”, con prodotti e servizi che servono al nostro centro, e locati a tariffe che siano sostenibili, sarebbe una bella iniziativa, anche innovativa, che aiuterebbe ad animare il nostro centro».

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