Ferrara, tre ore per cancellare la “vecchia” Carife
Assemblea senza sussulti, solo 6 no e 24 astenuti al piano commissariale In fumo 376 milioni, ferraresi al 3%. Ora tocca al Fondo interbancario
FERRARA. Sono bastate tre ore per cancellare 177 anni di storia e la presa di Ferrara sulla “sua” banca. Alle 13.30 di ieri, dopo un’assemblea filata via liscia con modiche dosi di pathos, i soci della banca hanno votato sì, con appena 6 contrari e 24 astenuti su 287 presenti, al blocco della proposte dei commissari Antonio Blandini e Giovanni Capitanio. L’esito di questo voto storico è il seguente: distruzione di 376 milioni di euro di patrimonio e riserve, con riduzione del valore nominale delle azioni da 5,16 a 0,27 euro, riduzione delle quote ferraresi al 2 (Fondazione, dal 54%) e 1% (piccoli azionisti); aumento di capitale da quasi 300 milioni in favore del Fondo interbancario di tutela dei depositi (cioè tutte le banche italiane), che diventerà super-azionista con oltre il 94%.
I ferraresi si sono trovati con le spalle al muro, visto che il commissario Antonio Blandini, un maratoneta del microfono con un’ora e mezza di letture d’atti (più altri interventi) interrotta solo da un colpo di tosse, ha ripetuto per quattro volte il concetto chiave: «Senza la ricapitalizzazione la banca non sarebbe in grado di operare»; e, per chiarezza ulteriore, ha fatto notare che «l’intervento del Fitd è straordinario, esiste un solo precedente, a Prato, che risale a molti anni fa». Da ieri dell’intera banca i ferraresi si ritrovano in mano 11.365.841,97 euro, e va anche bene così. I commissari hanno infatti fissato un prezzo dell’azione superiore a quello che sarebbe risultato dal calcolo del valore economico attuale della banca, che secondo la valutazione del consulente Enrico Laghi, rientrerebbe nella forcella 0,15-0,22 euro. I ferraresi potranno risalire al 18,5% tra tre anni, con l’operazione warrant, sborsando però 56,7 milioni di euro.
Blandini ha macinato il passato con voce monotona e accenti professorali, come quando si è soffermato a spiegare i passaggi più tecnici delle tabelle (anche se si potevano cogliere in platea commenti del tipo “am piasria saver in parole povere cum a sen mis”), uscendo raramente dallo spartito già stampato. Ha ringraziato i sindacati «per la disponibilità sempre dimostrata nelle trattative»; ha specificato un paio di volte che i conti sono giusti se viene considerata valida un’operazione di prestito al dicembre 2017, in caso contrario l’indice patrimoniale del Total capital pre-Fondo passerebbe da 2,711 all’1,143% (il minimo per operare è 8%).
L’insieme di complesse operazioni votate ieri ha un fine, cioè consentire a Carife di operare di nuovo normalmente e in tranquillità: «La banca dev’essere riportata quanto prima all’ordinaria gestione» ha sottolineato Blandini, aprendo ad un futuro che vedrà ancora lui e Capitanio in plancia per un paio di mesi, prima di lasciare il campo al management scelto dal Fondo interbancario. Cosimo Centrone ha portato in assemblea il parere favorevole del Comitato di sorveglianza all’operato dei commissari, che hanno anche riassunto il “nulla osta” della Kpmg. Poi spazio agli interventi, contingentati a 3’ (ma con tolleranza) dal maxi-cronometro a fianco del palco, e Blandini si è incaricato delle risposte, senza formalizzarsi sul divieto di parlare del bilancio. Tra le altre cose, ha specificato che l’impatto di Commercio e finanza è già conteggiato, che non ci sono “tesoretti” perché la partecipazione in Bankitalia è stata rivalutata nel 2013 di 8 milioni, e che non si è largheggiato nelle coperture dei crediti in bonis (solo 0,43% senza C&F).
Infine il voto unico per tutti i punti all’ordine del giorno, per aggirare il problema delle modifiche statutarie. La vecchia Carife è finita, l’era del Fondo attende solo il via libera della Bce.
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