La Nuova Ferrara

Ferrara

«Carife, è mancata la rete di alleanze»

«Carife, è mancata la rete di alleanze»

Il deputato Bratti: non toccava alla politica essere protagonista. Ma in tanti confermano: questa è la città del silenzio

5 MINUTI DI LETTURA





FERRARA. Anche l’ultimo capitolo della vecchia Carife, con l’assemblea del quasi-azzeramento, è andato in scena senza strappare significativi sussulti alla platea, cioè azionisti e città, e la domanda di fondo di tutta questa vicenda s’ingigantisce: perché un intero territorio, inteso nelle sue articolazioni di potere politico ed economico, ma anche nella miriade dei portatori di micro-interesse (28mila piccoli soci), non ha saputo opporre una resistenza, per non dire una strategia, ad un evento epocale come la de-ferraresizzazione (con ritorno economico insignificante) della “sua” banca? L’hanno frenato gli intrecci inestricabili con l’istituto stesso? Magari si fatica ancora a capire la reale portata di quanto successo. Oppure è tutta colpa del tono di fondo, storicamente dimesso e poco reattivo, di questa provincia? Ecco le prime risposte raccolte.

[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.11872417:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/ferrara/cronaca/2015/08/02/news/il-punto-debole-dei-ferraresi-essere-mazziati-e-silenti-1.11872417]]

Secondo un esperto di potere e ferraresità, come l’ex sindaco Roberto Soffritti, «c’è poco da meravigliarsi. Il giudizio di Giorgio Bassani, me ne resi conto a suo tempo nella settimana che ebbi modo di passare con lui, cioè “la città del silenzio”, non era per nulla superficiale ma basato sulla profonda conoscenza della natura dei ferraresi. Ho fatto il sindaco per 16 anni e ho capito una cosa: questa città se ti muovi ti segue, se però stai fermo resta ferma pure lei. Intendo dire che serve qualcuno che rompa gli equilibri, vada avanti, perché dal basso non cresce nulla. La politica? Non credo che abbia avuto un ruolo in questa vicenda, anche se il muro tra le forze di sinistra e la borghesia è caduto ai miei tempi: allora si diceva “abbiamo un ministro”, lo so, ma Cristofori era il sottosegretario di un premier davvero potentissimo come Giulio Andreotti». Soffritti non era all’assemblea del 30 luglio ma spende ugualmente qualche considerazione più specifica sulla vicenda Carife: «Quei 150 milioni dell’ultimo aumento di capitale sono diventati soldi persi dai ferraresi, eppure Bankitalia aveva autorizzato l’operazione. Sono rimasto molto colpito dalla morte di Bonora (l’ex vicedirettore suicida prima dell’assemblea, ndr), lo conoscevo bene e credo abbia sofferto molto questa situazione. Che succede ora? Gli echi si spegneranno e si andrà ad una normalizzazione, sperando che capiti qualcosa di positivo».

Lo scrittore Roberto Pazzi è figlio di un dirigente Carife, «ci aveva lavorato 40 anni partendo come dattilografo, a casa conserviamo la medaglia del primo centenario della banca», e si sente coinvolto anche personalmente. Il suo giudizio non è però troppo dissimile da quello di Soffritti: «È questo Oblomov (personaggio letterario russo, ndr) ferrarese, che non riesce a scuotersi dal suo torpore nemmeno quando si tratta di soldi, anche tanti, come in questo caso. C’è anche un’ottava dell’Ariosto, con Astolfo sulla Luna che trova in un grande magazzino, tra le altre cose, anche “l’ozio lungo d’uomini ignoranti”, che si adatta bene. È vero che il silenzio ha accompagnato anche questa vicenda così sofferta, forse non tutti si sono effettivamente resi conto della sua portata, ma ci vorranno secoli per cambiare questa mentalità ferrarese. Cosa possiamo fare nel frattempo, se non stracciarci le vesti e continuare a denunciare questo stato di cose?». Pazzi ci fa rientrare anche le reazioni tiepide, se non negative, alla sua proposta di far leggere da Benigni i canti dell’Ariosto dalle torri del Castello, l’anno prossimo in occasione del 500º della prima edizione dell’Orlando Furioso, «Carmelo Bene lo aveva fatto con Dante dalla torre degli Asinelli, ma qui hanno già detto che costa troppo, è difficile...»

Ha una sua lettura originale, come spesso succede, Vittorio Sgarbi, che ha seguito poco o niente della crisi Carife ma ha ben chiaro il ruolo delle Fondazioni bancarie nei destini delle città: «Il ferrarese non è così abulico come appare, ma nei confronti delle banche ha conservato una forma di diffidenza contadina. Secondo me l’assenza di reazioni allo sperpero del patrimonio della banca per incapacità di gestione, è dovuto al fatto che, nella maggioranza dei casi, le famiglia avevano investito lì non tantissimo, tenendo al sicuro il grosso dei risparmi. Il resto lo fa la tipica mancanza di orgoglio locale, che differenza Ferrara da altre realtà». Sulla perdita del ruolo della Fondazione come elemento propulsore della città, Sgarbi non versa troppe lacrime: «È dai tempi della gestione della vicenda Ermitage, quando si decise di portarlo a Ferrara invece di lasciarlo a Mantova, che si è capita la sorte della Fondazione. Sono 5-6 anni che non è più protagonista, quindi bisogna rassegnarsi al suo declino». Non sarà Palazzo Crema, quindi, a rilanciare le potenzialità artistiche e culturali della città, come successo invece in molte realtà della Pianura padana.

Porta la (fievole) voce dei piccoli soci e dei professionisti ferraresi, che hanno una consuetudine consolidata con la banca, il dietologo Franco Tomasi, pure presente all’assemblea del 30 luglio: «È mancata anche la rabbia di chi ha perso tutto? Personalmente possiedo solo qualche centinaio di azioni e almeno non ho avuto problemi con il conto corrente. Certo in molti ci hanno investito anche la liquidazione ma le decisioni prese in assemblea erano annunciatissime, quasi obbligate. I personaggi che hanno parlato erano tutti in qualche maniera coinvolti, i piccoli sono stati zitti o non c’erano proprio ma del resto perché stupirsi? È stato uno dei tanti episodi che hanno visto i ferraresi proni a subire tutto, pensi che ad Argenta il crac della Costruttori ha suscitato sì proteste ma poi nulla è cambiato: in questa provincia si vota allo stesso modo da 70 anni, qualcosa vorrà dire».

C’è stato qualche dito puntato sulla politica, per la mancanza di un intervento “dall’alto” in grado di salvare il salvabile e l’incapacità di fare lobby locale. Alessandro Bratti, deputato Pd, ribalta la frittata: «Le banche sono governate da degli amministratori e devono sottostare a regole ben precise, ho letto che l’artigiano Mingozzi dà la colpa al ministro Franceschini ma sono discorsi datati, non c’entrano con la realtà di oggi. E in ogni caso in tutti questi anni da parlamentare, sono stati interpellato sulla Carife solo tre volte, e tutte dopo che il commissariamento era già cosa fatta». Bratti ricorda di aver partecipato ad una riunione immediatamente dopo il commissariamento, di essere stato coinvolto per un problema che riguardava i finanziamenti agli enti locali, e poi, su sollecitazione del sindaco e dei piccoli azionisti, per presentare un’interpellanza alla quale poi ha risposto il sottosegretario alle Finanze. Stop. «In precedenza, quando la situazione non era ancora precipitata, mai nessuno mi ha mai chiamato e non busso in casa d’altri se non vengo invitato. Carife e la Fondazione sono “cosa” dell’intera città? Sì, ma la responsabilità è dei loro amministratori - insiste il deputato - È vero che non si è mai cercato di costruire una rete di supporto e di alleanze, non so cosa sarebbe cambiato ma bisognava provare a intervenire prima».

Stefano Ciervo

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google