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Ferrara, l’agricoltura “giudica” il sistema banca

di Marcello Pradarelli
Ferrara, l’agricoltura “giudica” il sistema banca

Tonello (Coldiretti): «Carife era un supermercato delle poltrone ferraresi e aveva poco a che fare con l’istituto di credito»

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FERRARA. I rapporti tra Cassa di Risparmio di Ferrara e sistema agricoltura sono stati sempre forti in questa provincia, in qualche caso anche intrecciati: in particolare il peso specifico di Confagricoltura è stato storicamente rilevante nella Banca e nella Fondazione.

Cosa si pensa in questi mondi agricoli più o meno paralleli di quanto è successo a Carife?

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Mauro Tonello, uno degli uomini più importanti in assoluto di Coldiretti, ritiene che il progressivo distacco dalle cose terrene locali abbia inciso. «Carife è stata ed è la banca di cui è cliente la nostra organizzazione e anche per molti nostri associati è stata la banca di riferimento. Nonostante ciò Coldiretti è rimasta estranea alla governance di Carife (non certo per scelta di Coldiretti, ndr) ed è stato un peccato. Non posso dire che con Coldiretti dentro non si sarebbe arrivati al punto in cui siamo arrivati, col senno di poi siamo tutti bravi, ma il fatto che una banca del territorio non avesse rapporti con un’associazione come Coldiretti che nel territorio è radicata e diffusa ha rappresentato un’anomalia».

Il vice presidente nazionale di Coldiretti Tonello si chiama direttamente in causa: «Quando la nostra associazione fa una critica o alza la voce si replica sempre che è perché reclama una poltrona, e che magari quella poltrona la vuole proprio Tonello. Le cose non stanno così. Io penso che se nella governance di Carife ci fosse stato qualcuno più legato al nostro tessuto agricolo, forse si sarebbe perso qualcosa di meno. Invece si è deciso di andare verso altri lidi con esiti che sono stati rovinosi» . E il pensiero va alle incursioni su Milano (affaire Siano) e su Napoli (Commercio & Finanza). Questa sguardo rivolto altrove e meno attento al locale, secondo Tonello, ha progressivamente mutato il profilo di Carife, che avrebbe assunto via via i tratti di «una banca come un’altra, e questo è avvenuto mentre altre grandi banche, che in precedenza snobbavano l’agricoltura, entravano nel nostro settore». Gli effetti? «Negli ultimi anni, quindi prima dei recenti fatti, si e no un 30% dei nostri associati si finanziava da Carife, il restante 70% si è rivolto ad altri istituti».

«La questione della governance l’avevamo posto da anni, ma Ferrara è sempre stata molto chiusa da questo punto di vista. Alcuni mondi - dice Tonello e stavolta sono Confagricoltura e Unindustria i principali destinatari dei suoi rilievi - se la sono fatta e se la sono detta. E si sono, non dico mangiata Ferrara, ma l’hanno tenuta sotto una cappa che non ha aiutato l’ imprenditoria. In una maniera poco carina ho definito tempo fa il sistema Carife come il supermercato delle poltrone ferraresi, che aveva poco a che fare con la banca e molto con un tentativo politico di governo del territorio, poi le contraddizioni sono purtroppo esplose nel peggiore dei modi».

Paolo Bruni, oggi direttore del Cso (Centro servizi ortofrutticali), gran parte della sua carriera l’ha avuta nella cooperazione bianca, anche se la sua impresa portuense è associata a Confagricoltura. Di errori e colpe nel governo di Carife sceglie di non parlare per questioni di competenza: «Sulle cause, le origini, gli errori che hanno portato al tracollo non ho elementi per giudicare, aspettiamo di conoscerli prima di fare delle considerazioni». Bruni parla invece da azionista di Carife; in quanto tale ha partecipato all’assemblea straordinaria del 30 luglio in Fiera: «Era presente e ho votato sì al progetto. Il mo voto favorevole si fonda su due aspetti. Il primo ha a che vedere con il senso di responsabilità. Perche quando ci si trova a dover decidere di dare a un’azienda come Carife la possibilità di andare avanti o in alternativa di chiudere i battenti, è al senso di responsabilità che bisogna ricorrere, pensando a chi nella banca lavora e al ruolo di Carife per il nostro territorio. Il secondo aspetto si chiama speranza. Posto che le azioni costituiscono per loro natura un capitale di rischio, ed essendo andata molto male, il capitale è stato praticamente azzerato, ora con l’operazione warrant vi è in noi la segreta speranza di recuperare nel tempo quel che abbiamo perso. Credo che la maggioranza degli azionisti abbia fatto questo ragionamento».

Ferrara ha assistito silente? Si poteva fare di più per evitare che Carife perdesse quota? Era inevitabile il declino azionario e la soluzione Fidt? Le domande sono per l’imprenditore Nicola Gherardi, che è stato presidente di Confagricoltura Ferrara e da qualche anno, pur mantenendo un ruolo nell’associazione, è meno dentro la vicenda sindacale: «Non so se era inevitabile, so che si può sempre fare di più, ma questo vale per ogni cosa. Non sono in grado di esprimere un giudizio. Posso parlare da imprenditore, come tale ho avuto bisogno della Cassa per sostenere un investimento e ho ricevuto il finanziamento a condizioni mediamente analoghe a quelle praticate da altri istituti di credito. Da imprenditore non ho motivo di lagnarmi di Carife. Per gli imprenditori innovativi e all’avavanguardia e anche per le banche ora si apre la grande opportunità dei Piani di sviluppo rurali: per una banca del territorio è un’occasione che calza a pennello»

Per Stefano Calderoni, presidente provinciale di Cia Ferrara, l’espressione banca del territorio sarebbe quasi quasi da archiviare: «Carife aveva già perso da tempo questa caratteristica, almeno agli occhi degli imprenditori, che più che alla banca del territorio sono sensibili alla banca che è attenta alle esigenze del proprio comparto». Sulla scorta di questa premessa Calderoni “giustifica” un certo silenzio del sistema economico attorno alla vicenda Carife: «È quasi naturale che il mondo imprenditoriale, tanto più se non ha avuto un ruolo da protagonista, sia rimasto alla finestra. Erano poco chiare le vicende interne, non si aveva una dimensione dei fatti, molte cose si stanno mettendo a fuoco solo adesso»

Calderoni la chiama «uscita dalla fase romantica della banca del territorio. in cui aveva un peso anche il fattore affettivo. Un imprenditore si fa guidare da altri fattori, se viene a mancare un punto di riferimento ne cerchi un altro, cerchi altrove la risposta».

Pragmatico ma senza sconfinare nel nichilismo, Calderoni prende atto della fine di un capitolo della storia di Carife nel quale la Cia è rimasta ai margini: «Il nostro pezzo di mondo agricolo è sempre stato poco inserito nei processi decisionali del gruppo Carife. tra noi e Carife vi è stato un rapporto di cordialità e nulla di più, non abbiamo avuto ruoli nella Cassa e nella Fondazione». E aspetta di leggere il capitolo che si scriverà a partire dalle prossime settimane: «Ora arriva il Fondo interbancario e vedremo quale sarà l’operatività di Carife, le sue prerogative, se il territorio sarà una sua peculiarità».

Anche Calderoni prende come unità di misura i Piani di sviluppo rurali 2014-2020 partoriti dalla politica agricola europea. «Per l’Emilia Romagna ci sono 1,2 miliardi di euro per finanziare progetti. Per farli decollare servono risorse messe dagli imprenditori e sostegno da parte delle banche. Adesso si gioca la partita vera: se quelle risorse non le portiamo a casa noi finiranno altrove».

Sono stati cercati al telefono anche Mario Guidi e Pier Carlo Scaramagli, rispettivamente presidente nazionale e provinciale di Confagricoltura, Fino a ieri sera il messaggio lasciato in segreteria telefonica non ha avuto riscontro.

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