"A Ferrara ha fallito la classe imprenditoriale"
Il giudizio dei sindacati sulla svolta Carife. Atti: «Ma l’aumento di capitale da 150 milioni autorizzato nel 2011 è una macchia nera sulla credibilità di Bankitalia»
FERRARA. La crisi e il tracollo della Cassa di Risparmio di Ferrara? Cgil, Cisl e Uil non hanno dubbi e puntano il dito contro le associazioni degli imprenditori, industriali e agricoli. “C’erano loro nelle stanze dei bottoni a spartirsi le poltrone, di sicuro non noi e nemmeno la politica a ben vedere”, dicono i segretari dei sindacati confederali. Secondo i quali le responsabilità vanno per forza di cose ben delineate, anche se c’è pessimismo sulla possibilità che i responsabili alla fine paghino qualcosa di tasca propria.
Raffaele Atti in realtà parte tirando in ballo Bankitalia. “L’aumento di capitale autorizzato nel 2011 è, in questa vicenda, una macchia nera sulla sua credibilità; il tutto fu alla base di un tentativo di favorire l’acquisizione da parte di un gruppo bancario, riducendo le passività, che non è andato in porto”, ricorda il segretario generale della Cgil. Eppure bisogna fare qualche passo indietro, perché le colpe a livello locale vanno ricollocate al punto giusto.
“C’è un vizio di fondo – sostiene Atti – che risale all’epoca, attorno alla metà degli anni Novanta, della trasformazione in Spa e con il controllo rimasto in capo alla Fondazione e quindi ai soggetti economici del territorio: sarebbe stato più utile una gestione più manageriale e non strettamente finalizzata al contesto ferrarese. Fui tra i pochi, nel corso di un’assemblea della Fondazione, ad auspicare che ci si sarebbe dovuti muovere più nello spirito della legge Amato: cessione del controllo, diversificazione delle attività e gestione dei risultati in termini di distribuzione degli utili in progetti di utilità sociale”.
Oltre a questo nodo, ci sono poi le problematiche più recenti, emerse nel corso della gestione Murolo, aggiunge il segretario Cgil, ossia “le grandi operazioni con margini forti di rischio in cui ci si è lasciati trascinare, come in una spirale inevitabile”. Ma pagherà qualcuno per il crollo cui abbiamo assistito? “Ci penserà la magistratura, di certo c’è che il giudizio della città è già chiaro. E che i lavoratori della Cassa hanno pagato un prezzo elevato: spero che basti – è l’auspicio di Atti - anche se tutto dipende dallo sbocco della vicenda e dell’arrivo di un eventuale partner, che come noto in primis guarda agli organici. Noi comunque ci siamo messi avanti, diciamo così”.
Sul versante Cisl, ecco il giudizio piuttosto netto di Paolo Baiamonte: “Quello della Carife è di fatto il fallimento della classe dirigente locale. Nel Cda c’erano tutti quelli che contavano nelle forze imprenditoriali, una decina di persone che decidevano per tutti. Le responsabilità dei sindacati? Non eravamo nella stanza dei bottoni e nemmeno nel Comitato di indirizzo, non vedo in che modo potevamo incidere nel destino di una banca. Piuttosto abbiamo dovuto gestire il calice amaro della fuoriuscita dei dipendenti, con tutti i problemi di coesione conseguenti”, afferma il segretario provinciale della Cisl. Resta la sensazione di un territorio e di una popolazione che ha subito passivamente gli esiti nefasti.
“Ma Ferrara è passiva in tutto – incalza Baiamonte -, nell’industria come nel turismo. E non è un caso che, per ciò che riguarda la prospettiva economica generale, l’ultimo documento della Regione ci metta ancora una volta all’ultimo posto: in pratica, ci dicono che questa provincia deve già ritenersi soddisfatta di essere patrimonio Unesco e basta”.
Appunto, il futuro. Senza più la banca del territorio? “Chi utilizza questo termine – risponde il segretario cislino – lo fa in modo nostalgico e pretestuoso. La banca del territorio non c’era più da tempo, almeno sette-otto anni. Già tanti imprenditori si rivolgevano ad altri istituti di credito, poi dalle cifre che ho meno del 20% del denaro depositato in Carife restava sul territorio. Vediamo – chiude Baiamonte -, intanto Caricento si sta muovendo in modo egregio come dicono i risultati: chissà che alla fine le banche del territorio non siano più di una”.
Per Massimo Zanirato è sbagliato fare paragoni tra Carife e Montepaschi. “A Siena chi tirava la fila era la politica – sostiene il segretario provinciale della Uil -, mentre da noi a fare il bello e il cattivo tempo è stato il mondo delle associazioni di categoria degli imprenditori: gestione consociativa e spartizione delle poltrone tra Cda della banca, vertici della Fondazione e mettiamoci anche la giunta della Camera di Commercio. Erano poi sempre gli stessi, con il risultato che imprenditori non ferraresi erano messi ai margini. Il fallimento della Carife, perché di fallimento bisogna parlare, si deve alla modestia di questa classe dirigente”.
Zanirato cita un paio di casi, in cui la cassa entrò direttamente nel capitale aziendale: “Ricorda P-Group e Amp? Due esempi potremmo dire di “venture capital” falliti miseramente, lasciando macerie anche se qualcuno ci ha lucrato: è evidente che la banca non aveva lo spessore adatto per questo tipo di operazioni”. Il segretario della Uil è stato per un paio d’anni nell’organo di indirizzo della Fondazione, in rappresentanza dei tre sindacati confederali.
Un periodo che lui stesso ricorda bene: “Fui il primo a denunciare i gettoni di presenza (poi aboliti su proposta dello stesso Zanirato, ndr), che si continuavano a erogare mentre si mettevano i dipendenti in cassa integrazione, e poi votai contro i bilanci. Non ho niente da rimproverarmi di fronte a chi in questo ultimo periodo ha visto sfumare i risparmi di una vita”. Sofferenze di piccoli azionisti verso i quali qualcuno dovrebbe chiedere scusa: “Già, chi comandava dovrebbe prendersi le sue responsabilità – replica Zanirato -. Ci sono le indagini giudiziarie, ma chi vuole mai che paghi? Sono molto scettico. Dovrebbero pagare, se non gli importi economici di cui si è scritto, almeno in termini di dignità morale”.
Fabio Terminali
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