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La manovra "ferrarese": così si blocca un paziente in stato di alterazione

La manovra "ferrarese": così si blocca un paziente in stato di alterazione

Ricciardelli (Asl): con questo protocollo più sicurezza per cittadini, operatori e forze dell'ordine. La “lezione” del caso Aldrovandi

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FERRARA. «La condizione è che per compiere l’intervento in sicurezza (per tutti) bisogna essere almeno in tre: due bloccano la persona per braccia, il terzo operatore afferra le caviglie del paziente che viene atterrato a pancia in giù per essere ammanettato. Poi vengono immobilizzate le ginocchia con un’apposita cintura e il soggetto viene girato su un fianco in posizione laterale di sicurezza». Adelina Ricciardelli, ex responsabile del 118 Ferrara, oggi a capo dei pronto soccorso dell’Asl e presidente nazionale della Federazione italiana medicina di emergenza-urgenza e delle catastrofi (Fimeuc) - illustra passo per passo la manovra di immobilizzazione sicura per pazienti in stato di alterazione.

Una serie di prescrizioni che va a coprire una “falla” nell’addestramento e nella preparazione del personale autorizzato ad intervenire quando un paziente agitato o violento deve essere messo in condizione di non nuocere a se stesso e agli altri evitando allo stesso tempo che l’intervento possa rappresentare un rischio per la persona da soccorrere (per il codice penale gli interventi di contenzione effettuati in stato di necessità, se corretti, non sono punibili).

Questa carenza formativa è stata più volte segnalata nel corso del processo Aldrovandi, che ha portato alla condanna in via definitiva di quattro agenti di polizia in servizio alla questura di Ferrara ed è poi riemersa periodicamente, anche come ipotesi investigativa, in altri tragici fatti di cronaca, l’ultimo dei quali avvenuto a Torino durante un trattamento sanitario obbligatorio.

Frequentemente le stesse forze di polizia (ad esempio il sindacato Sap e il poliziotto, sindacalista e scrittore Alessandro Chiarelli, in servizio a Ferrara) hanno denunciato l’inadeguatezza delle tecniche di intervento adottate in questi casi. Il protocollo è stato messo a punto a Ferrara facendo lavorare fianco a fianco esperti del soccorso e forze dell’ordine (il personale di polizia si occupa degli arti, i sanitari del torace e della testa del paziente). «Noi ci siamo soffermati sulla componente sanitaria. Con carabinieri e polizia (in particolare con un agente della questura) abbiamo studiato le varie fasi del metodo applicato su un paziente che presenta caratteristiche specifiche: stato di alterazione, comportamento violento e così via - precisa la responsabile del soccorso Asl - Sono casi che continuano a presentarsi in tutta Italia, nei quali il sospetto che non sia stata messa in atto la manovra più corretta è forte fino al punto che poi è la magistratura a dover fare luce».

Il protocollo prevede una migliore specificazione del codice di intervento, aggiunge Ricciardelli, per evitare che un caso sanitario di particolare gravità possa essere valutato ad esempio come un ubriachezza molesta con paziente relativamente tranquillo e collaborativo. In questi casi il rischio è che, mentre le forze di polizia sono sul posto a gestire un caso di alterazione potenzialmente pericoloso i soccorsi, se il codice di chiamata non è adeguato, possano essere dirottati su altre situazioni e non arrivare tempestivamente.

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La tecnica di immobilizzazione sicura prevede una stretta collaborazione tra personale medico-sanitario e forze di sicurezza (dai carabinieri alla polizia, ai vigili urbani). «Tutti devono essere in grado di applicare quel protocollo - sottolinea Ricciardelli - i medici come gli operatori di polizia. Il paziente viene immobilizzato senza rischi e poi , se la situazione lo richiede, trattato farmacologicamente alla presenza di un medico che grazie a questa tipologia di intervento può agire in modo più sicuro oppure viene semplicemente portato al pronto soccorso per essere assistito dal personale in servizio».

Adelina Ricciardelli ricorda che «a chiedere l’avvio del procedimento fu il prefetto Provvidenza Raimondo».

L’anno scorso, a luglio, sotto la supervisione del prefetto Michele Tortora fu data notizia dell’avvenuta firma del protocollo, studiato con un approccio multidisciplinare, che «potrebbe aver fatto di Ferrara - dichiarò lo stesso Tortora - la prima città in Italia ad affrontare in modo coordinato la materia». (gi.ca.)

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