L’ex zuccherificio invaso dai cassonetti
Jolanda di Savoia. Mai decollata l’area artigianale realizzata dal Comune dove c’era l’Eridania: ora il degrado avanza
JOLANDA DI SAVOIA. Fino a trent’anni fa regno della barbabietola che si trasformava dolcemente in zucchero, ora deposito di cassonetti della spazzatura dismessi. A due passi, rifiuti accatastati all’aria aperta e un contorno di sterpaglie selvagge che ti arrivano ad altezza di ombelico. Nessuna recinzione: accedere all’area ex Eridania di Jolanda di Savoia è gioco facile per chiunque voglia scaricare oggetti di cui volersi disfare.
E pensare che tra le due ere, quella della campagna saccarifera che dava occupazione e reddito e l’attuale degrado a perdita d’occhio, qui avrebbe dovuto esserci ben altro. Era il fiore all’occhiello della giunta civica guidata dal sindaco Valerio Casalicchio - alla guida del Comune dal 1999 al 2009 -, nonchè il progetto ambizioso per il rilancio economico locale: riqualificare la zona per ricavarci un’area artigianale. Il panorama che si può ammirare da mesi e mesi a questa parte parla di tutto tranne che di attività produttive. Quelle si sono perse con la chiusura dello zuccherificio, anno 1982; ben prima quindi del flagello che oltre due decenni dopo lascerà sul terreno altri impianti simili in provincia, sacrificati sull’altare della nuova politica agricola comunitaria.
La ferita poteva essere suturata. Buona parte dell’area di Jolanda (in tutto circa 35 ettari, inizialmente di proprietà della Sbtf, la Società Bonifiche Terreni Ferraresi, che poi concesse la locazione trentennale all’Eridania) venne acquisita nel 2000, per due miliardi di vecchie lire dall’immobiliare “Il Parco” di Rimini, che nel 2006 qui ha realizzato la bella casa di riposo “Villa Glicine”, proprio nei locali dell’ex direzione dello zuccherificio. All’epoca il Comune aveva già acquistato dalla società romagnola una porzione dell’area, poco più di quattro ettari: l’idea, come detto, era ottenere un’area artigianale e valorizzare un’oasi di protezione ambientali a partire dai “vasconi” che in origine erano il punto terminale in cui venivano fatte confluire tutte le acque di lavorazione dei processi industriali e produttivi dello zucchero.
A metà degli anni Duemila il Comune realizzò le opere di urbanizzazione preliminari; l’operazione, compresa l’acquisizione, costò due milioni e 200mila euro, una spesa affrontata con l’aiuto di Provincia, Regione e fondi europei Obiettivo2. Ma da allora di aziende insediate nemmeno l’ombra, se si fa eccezione per due imprese che per breve tempo lavorarono nei tre capannoni comunali, peraltro utilizzati solo come magazzino in cui stipare materiali, senza produrre occupazione aggiuntiva. E vedendo le condizioni attuali, ci sarebbe da meravigliarsi se qualcuno volesse investire. Insomma, un flop. L’oasi ambientale non va meglio: quella che è a tutti gli effetti una vera riserva per molte specie di avifauna e di selvaggina rimane un oggetto misterioso. I cassonetti e i rifiuti di oggi, quelli no: sono una dolorosa e concreta realtà.
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