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Mezzano, braci che paiono eterne

di Marcello Pulidori
Mezzano, braci che paiono eterne

Conformazione e tipo di superficie rendono arduo il lavoro dei pompieri: 20 gli interventi già svolti

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PORTOVERRARA. Se qualcuno, qualche scienziato, dovesse scoprire il principio attivo che spegne la torba, bisognerebbe conferirgli il Premio Nobel. Perché i tempi di spegnimento totale di quanto sta ancora bruciando nella Valle del Mezzano sono assolutamente incerti. In pratica non si sa quando finirà questa emergenza, se non aggrappandosi fiduciosamente all’inverno che qui da noi quanto a freddo non scherza. Il tutto, va detto, messo però già in sicurezza dai pompieri e comunque sotto controllo. La torba, colpa della torba. Lo ripetono ormai da alcune settimane (precisamente dal 12 agosto scorso) i pompieri del comando provinciale e quelli dei distaccamenti dislocati sul territorio della provincia, in particolare Portomaggiore e Codigoro. Se i carabinieri della compagnia di Portomaggiore stanno verificando anche l’eventuale mano di un piromane, i pompieri stanno studiando un caso che nel Ferrarese non dava notizie di sè perlomeno da decenni. La torba, si diceva. Nonostante gli ormai venti interventi svolti dai vigili del fuoco (la cui opera va fatta oggetto di elogi ancora una volta, sia per tempestività che per sicurezza vera e propria garantita) nella Valle del Mezzano la terra brucia ancora. E brucia da quel 12 agosto. Le cause, oramai, sono note: non dovrebbe trattarsi di origine dolosa, piuttosto il succedersi di numerosi eventi che, tutti assieme, si sono avversati su questo territorio: il vento, l’estate (e dunque il caldo), la vastità dell’area, la presenza (purtroppo) costante di qualche rimbambito che di tanto in tanto accende qualche fuocherello per bruciare i suoi rifiuti; e poi ancora la particolare composizione e conformazione della terra di questa Valle, per lo più costituita da torba, un composto tanto complesso da definire quanto infido per chi poi si deve confrontare con esso. Assieme alla Protezione civile, i vigili del fuoco di diversi distaccamenti hanno addirittura allagato l’intera area che fuma: il risultato è stato avaro di soddisfazioni. L’acqua è stata in qualche modo assorbita dal terreno, ma sotto si è formata una membrana che di fatto separa l’acqua stessa dalle braci, le quali sotto di alcuni centimetri (alle volte anche mezzo metro, o più) continuano ad ardere. Insomma, nemmeno buttandoci migliaia di litri di acqua (come è già avvenuto) si risolve il problema. E allora? E allora siamo ricorsi al parere di diversi esperti (vigili del fuoco e studiosi, agronomi e specialisti nel domare i roghi). Tutti concordano su un punto: una delle poche soluzioni praticabili (ed è quello che i vigili del fuoco stanno cercando di fare nelle ultime ore) è smuovere e rimuovere il terreno fino ad una certa profondità, una sorta di aratura preventiva. E qui, nei solchi e nei crateri che restano aperti, gettare acqua. Perché (sono sempre gli esperti ad avercelo detto) soltanto così si spezza quella membrana che in pratica difende le braci: se rompi la membrana arando in profondità il terreno, allora sì che l’acqua gettata può andare a colpire direttamente le braci ardenti e, lentamente, spegnerle. Ma arare qualcosa come la Valle del Mezzano è impresa ciclopica. Su 18mila ettari di terreno.

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