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Nuove migrazioni-invasioni viste da Ferrara infiammabile

di Stefano Scansani
Nuove migrazioni-invasioni viste da Ferrara infiammabile

L’indifferenza per Tagliani e i barbari per la Lega. Guida breve al passato lungo

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Anche i ferraresi nel loro piccolo s’incazzano. È il caso della disputa su Camelot, cooperativa accusata d’essere pigliatutto: le opposizioni e più che altro la Lega hanno picchiato duro sull’amministrazione comunale, tanto che il vicesindaco Maisto e l’assessore Merli, toccati sul vivo (trasparenza) si autodenunciano. Cioè si sottopongono a una specie moderna di ordalia, il giudizio di dio. Il leghisterrimo Fabbri fa la buon’anima democristiana sospirando di non aver voluto chiamare nessuno in causa. La settimana scorsa avevo spiegato perché l’assessore Sapigni dovrebbe dimettersi in quanto ha taciuto o rinviato la comunicazione della revoca degli affidamenti a Camelot dopo il richiamo dell’Autorità Anticorruzione. Immediata la difesa del sindaco Tagliani con una conferenza stampa e l’arringa alla festa Pd di Pontelagoscuro. Luogo dove, intervistato da una militante - sublime ordalia democratica - il primo cittadino ha paragonato la tragedia quotidiana delle migrazioni alla Shoah. Così, molti ebrei suscettibili si sono strappati le vesti. Mi pare che per un nonnulla la politica e i politici qui prendano fuoco. In ferrarese si dice pizént. Tutti sono infiammabili e imbronciati. In questa città c’è una sorta di disabitudine al confronto di carta vetrata e nel dare peso (o un calcio) ai temi veri e alle ciance.
Proprio sul tema immigrazione io do ragione a Tagliani. Nel suo parlare alla gente del suo partito, a Pontelagoscuro, paragonando l’Olocausto alla migrazione epocale in corso, non ha voluto indicare una similitudine storica. Ma quel torpore, quel sonno, quell’inerzia, quell’indifferenza che permettono il realizzarsi dei disastri e delle disgrazie. Tutto qui.

Non difendo il sindaco, ma l’articolazione del suo pensiero, uguale a quella di tutti noi. Simile alla domanda che va in automatico: a che cosa assomiglia questo problema? Questo nostro tempo? A quale altro burrone dell’umanità può essere comparato?

VADO A MEMORIA

La memoria collettiva inevitabilmente ci accompagna alla ferita più vicina, che ha riguardato popoli, e più che altro è cresciuta sui silenzi e l’inazione. Se Tagliani avesse provocato un confronto storicista con la devastante Morte Nera del 1347-1353 o la catastrofe provocata dalla caduta di Costantinopoli del 1453, le reazioni sarebbero state frigide. Non ci sarebbero state.

Ci si aggrappa al passato recente per interpretare emotivamente qualcosa di immane che va capitando, da ciò il modo di dire “vado a memoria”. Lo fanno anche i leghisti, ad esempio mettendo a confronto le invasioni barbariche con le migrazioni contemporanee. Qui mi soffermo.

È vero: una immane migrazione è appena incominciata e ogni equilibrio-certezza del Primo e Vecchio Mondo, cioè l’impero romano d’Occidente del ventunesimo secolo, vacilla. Basta mutare la concezione di “migrazione” in “invasione” perché la questione diventi politica, o meglio, una speculazione di parte.

POPOLI IN MOVIMENTO

Le invasioni barbariche si succedettero dal 166 al 476. Quest’ultimo anno corrisponde alla caduta di Roma per mano di Odoacre, ma non alla fine delle invasioni che correttamente i tedeschi definiscono Völkerwanderung, migrazioni di popoli, al di là dei saccheggi e degli obiettivi di conquista. Anche gli ungari, i longobardi e i franchi furono popoli in movimento, fino alla costituzione dei regni romano-germanici, cioè alla compiuta integrazione. Alla realizzazione di un nuovo sistema.

LA LEZIONE DI GIBBON

C'è qualcosa di inevitabile e inarginabile in ciò che sta capitando in attraversata del Mediterraneo, in risalita dei Balcani, nel tentativo di infilare l’Erotunnel a Calais.

Ma nulla è simile a quello che capitò all'incirca 1.600 anni fa. E niente è esemplare come la lettura de La storia del declino e della caduta dell’impero romano che l’inglese Edward Gibbon scrisse nel 1776, in piena epoca dei lumi. Ve la consiglio.

Lo storico analizza anche i motivi interni per i quali il sistema imperiale romano andò a catafascio.

Lascio da parte per un attimo le motivazioni e le cause delle migrazioni prementi in quel tempo. La coesione sociale, il rigore e la giustezza delle leggi, la coscienza civica, il tessuto economico omogeneo, la struttura dello stato erano ormai erano andati a farsi benedire.

STRUTTURE CIGOLANTI

Mi piace una frase dello storico Santo Mazzarino, autore de La fine del mondo antico del 1959: sicuramente i barbari hanno polverizzato l’impero romano, ma “solo le strutture cigolanti cadono sotto l’urto che le colpisce con violenza”. Questo pensiero conferma la lettura di Gibbon che, infatti, fa precedere il declino alla caduta. Alla macchina occidentale depressa, con più imperatori, neanche in grado di presidiare le frontiere danubiane, renane, africane e dell’Asia, risolvere all’origine i flussi di penetrazione, tanto che il declino dell’Europa romana consentì ai popoli in movimento di insediarsi dentro i confini con tutto quello che ne derivò.

Il processo durò all'incirca 6 secoli, senza contare l’espansione del mondo musulmano.

IPNOTIZZATI DALLO SPREAD

Mettiamo che il fenomeno migratorio in corso sia pure contingente ai conflitti in corso in Medio Oriente e in Africa, ma in ogni caso è travolgente. Appunto perché il sistema europeo è una struttura cigolante, franta, incapace di concentrarsi sulle dinamiche mondiali. Ue Malata di burocrazia ed equilibrismi, unita dall’ansia ineguale finanziaria e bancaria. Sono stati dedicati anni all’ipnosi dello spread e agli incontri bilaterali, alla Troika, al default della Grecia, sulla colonna sonora dell’Inno alla Gioia di Beethoven. L’unità europea non c’è, come l’Onu non c’è.

Allora anche nel confronto fra invasioni barbariche remote e migrazioni contemporanee è uguale solo la grande decadenza dell’Occidente e la passività del suo sistema politico. La Lega di Salvini legga Gibbon, e Ferrara torni - se vuole - a infiammarsi mentre il mondo le gira attorno.

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