I profughi diventano giardinieri In fuga dalle guerre e dai talebani
Hanno una ventina d’anni e, in piazzale Giordano Bruno, una ramazza in mano, indossano guanti, scarponi e la pettorina gialla con la scritta “volontario per la città estense”. Ogni lunedì, mercoledì...
Hanno una ventina d’anni e, in piazzale Giordano Bruno, una ramazza in mano, indossano guanti, scarponi e la pettorina gialla con la scritta “volontario per la città estense”. Ogni lunedì, mercoledì e venerdì mattina, otto ore in tutto alla settimana, li potete incontrare in aree verdi della zona Gad. C’è Hejaz, afgano, «sono scappato dai talebani, qui in Italia tutti mi hanno accolto bene, vado a scuola per imparare la lingua», racconta. E’ arrivato via terra attraversando Iran e Turchia, come il connazionale Luqman; invece il senegalese Lassana è qui dopo un viaggio in barca lungo il Mediterraneo. Sono i primi tre richiedenti asilo a prendere parte all’iniziativa, svolta nell’ambito del più complessivo progetto “Ferrara Mia”, che punta a favorire l’integrazione dei migranti sulla base di un’attività di cura della città.
«Abbiamo voluto partire dal Quartiere Giardino, una delle zone più calde della città: l’obiettivo rimane comunque di estendere e consolidare questa esperienza», dice l’assessore Aldo Modonesi. Attenzione che di lavoro, strettamente parlando, non si tratta: i ragazzi non ricevono alcuna retribuzione né rimborso, possibilità che peraltro la legge esclude nei primi sei mesi dell’iter di richiesta d’asilo o comunque prima del permesso di soggiorno. Hanno firmato un documento con cui dichiarano di aderire “in maniera libera e volontaria”. L’inizio è stato un percorso formativo di otto ore da Hera, che fornisce tutti i materiali per pulire. I tre sono seguiti da un tutor di Anolf, associazione legata alla Cisl, che sostiene i costi della copertura assicurativa. «Il nostro scopo sociale – spiega la responsabile Bruna Barberis – è di lottare contro ogni forma di razzismo e discriminazione. Andando oltre il mero assistenzialismo, qui c’è vero coinvolgimento: questi ragazzi fanno parte della nostra comunità». Ai primi tre profughi, che essendo partiti un mese fa termineranno la loro attività in ottobre, ne seguiranno altrettanti, tutti di nazionalità pakistana; provenienti dalla regione del Punjab, dove la presenza dei Talebani è forte. Hejaz, Luqman e Lassana soggiornano nella struttura d’accoglienza “La Casona”, gestita dall’associazione Monsignor Filippo Franceschi. «Io vivo letteralmente con loro – racconta il coordinatore Andrea Fergnani -. I richiedenti asilo sono attualmente da noi 17, ma ospitiamo anche italiani. Questi ragazzi, che portano una profonda sofferenza legata alla guerra, alla perdita dei familiari o alla propria condizione economica, provano una grande gratitudine verso chi li accoglie e, nell’attesa di trovare un lavoro vero, vogliono contraccambiare».
Infatti questa sperimentazione (“uno stress test” lo definisce Modonesi) è la prima che si svolge su area pubblica, mentre altri profughi sono già impegnati nel volontariato all’interno delle dieci associazioni che hanno firmato a giugno un patto con l’amministrazione comunale. «Speriamo che l’esempio sia contagioso e che si allarghi – sostiene l’assessore Chiara Sapigni - Lo porteremo in Regione. Purtroppo, visto che gli sbarchi non si fermano, non sarà complicato avere altri volontari e di sicuro nemmeno le aree verdi da pulire mancano in città». Al progetto prende parte anche il Centro di Mediazione che svolge un’attività di sensibilizzazione civica sull’utilizzo degli spazi del quartiere Giardino da parte dei frequentatori, oltre a interventi per stimolare forme di collaborazione attiva tra i volontari e la cittadinanza residente.
Fabio Terminali
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