Cantone decifra il caso Camelot
Incontro con il presidente dell'Anticorruzione: la vicenda ferrarese è emblematica
FERRARA. Gli anticipo che nell’intervista non si aspetti di dover affrontare i massimi sistemi. Ma il minimo episodio di Ferrara. Cioè il caso Comune-Camelot. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac, così è più corta e fa meno paura) mostra di conoscere il caso, lo eleva a vicenda emblematica perché - dice - «sono quelle attività nate da una logica dell’eccezionalità, e oggi diventano un’altra cosa quando hanno una dimensione industriale».
Cantone conferma di avere sott’occhio il caso ferrarese anche rivelando che legge la Nuova tutti i giorni, e non ha perso una cronaca, un parere, un commento riportati dal nostro giornale. Lo legge nel suo ufficio romano, almeno dalla seconda metà d’agosto, cioè da quando il caso è appunto esorbitato dall’aula del consiglio comunale e dalle attempate schermaglie delle opposizioni che con Camelot ce l’hanno parecchio e con insistenza.
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L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha espresso un giudizio che riguarda strettamente e unicamente il dato amministrativo. Cantone, ieri a Mantova per un evento del Festivaletteratura (ha raccontato il suo nuovo libro scritto con Gianluca Di Feo “Il male italiano. Liberarsi dalla corruzione per cambiare il paese”, edito da Rizzoli, ma riguarda i massimi sistemi) volentieri ha parlato di Ferrara camminando verso il palco e le 1.500 persone che lo aspettavano.
Presidente, non sono qui per il suo libro, e men che meno per i massimi sistemi che tratta. Ma per il caso minimo di Ferrara. Questione locale.
«Ho letto tutto. Seguo. È un fatto positivo che vi sia interesse e attenzione in città. Abbiamo detto al Comune che le cooperative per questi incarichi devono confrontarsi con le regole del mercato. E non c’è nulla di male».
Quindi l’Anac analizza tutto sotto la lente?
«Abbiamo segnalato al Comune di Ferrara che quel tipo di affidamento andava fatto con regole diverse. Si trattava di un affidamento che è sempre stato fatto in quel modo, e quindi dava l’idea che quello era il sistema».
È il momento storico contingente o l’evoluzione dei servizi che ha trasformato lo scenario?
«Quando le cifre degli affari diventano così rilevanti è chiaro che si fa fatica a individuare il momento assistenziale rispetto al momento economico e di guadagno. Qui non c’è nessuna valutazione di valore negativo. Il problema vero è che bisogna creare le condizioni per una competizione».
È quel che si dice un caso emblematico?
«Deve essere esemplare per tutto il Paese, come correzione. Anche se va riconosciuto che non è l’unico. Ho verificato dalla rassegna stampa che a Ferrara c’è stata una grande attenzione. È un fatto molto positivo, c’è una società molto attenta a questi fenomeni. In altre città la cosa è passata quasi inosservata. Quello di Ferrara credo sia un segnale positivo: lo dico da presidente dell’Anac e da cittadino».
È cambiato il sistema, è mutato il contesto?
«Sì, quelle attività che erano nate in una logica dell’eccezionalità come attività assistenziali in cui si gestivano dieci persone. E oggi diventano un’altra cosa quando hanno una dimensione industriale. In fondo in fondo la vicenda del Cara di Mineo non è molto dissimile. A Ferrara però è stato fatto formalmente un appalto anche se noi diciamo che è era stato fatto male. È una vicenda che dimostra che rispetto a certi meccanismi bisogna cambiare la mentalità. Non c’è più il solo fenomeno assistenziale volontaristico. C’è anche un fenomeno economico».
A questo punto è necessario rammentare le puntate precedenti. Il 7 agosto la giunta ha revocato gli affidamenti alla cooperativa perché il 23 giugno l’Anac aveva sollecitato il bando di gara. L’incarico diretto e continuato non si deve più fare. L’amministrazione cittadina si è quindi immediatamente adeguata, ma con un difetto: la delibera non è stata resa nota, non è stata annoverata nella lista con la quale l’ufficio stampa tiene aggiornati i media locali sull’attività del governo del capoluogo. Naturalmente in questo secondo atto della vicenda l’Anac nulla c’entra, anche se continua a leggere le cronache.
Perché questo silenzio sulla revoca delle assegnazioni a Camelot? L’assessore all'immigrazione Sapigni dichiarò che nel clima politico corrente la notizia sarebbe stata largamente strumentalizzata e cavalcata dalle opposizioni. Poi la storia è nota: chiesi se la Sapigni non meditasse di dimettersi; lei e il sindaco Tagliani nel corso di una immediata conferenza stampa spiegarono per filo e per segno le ragioni: in verità la delibera di revoca stava già dal 10 agosto sull’albo pretorio e che comunque sarebbe stata resa nota insieme all’avviso di gara. Nelle stesse giornate la vita e il sistema nervoso della politica locale è andato in turbolenza. Il vicesindaco Maisto e l’assessore Merli - il primo fondatore di Camelot e il secondo già dipendente della cooperativa - accusati dalla Lega di avere memoria delle loro origini - si sono autodenunciati e quindi hanno querelato il capogruppo in Regione Fabbri. Quest’ultimo ha presentato un’interrogazione al presidente dell’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna e un esposto alla Corte dei conti.
Infine la Nuova il 5 settembre ha dato notizia, poi confermata in palazzo di Giustizia, che la procura ha avviato un’indagine conoscitiva sul caso Comune-Camelot. In più fasi i carabinieri hanno acquisito documenti in assessorato, e le indagini avrebbero subito un’accelerazione in contemporanea all’intervento dell'Anac. Il sindaco Tagliani, come l’assessore Sapigni hanno dato il benvenuto all’indagine. Quanto il coro delle opposizioni.
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