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«Finalmente una verità sui decessi dei nostri cari»

Legali e famiglie delle vittime: «Quel sabato non erano a ballare ma a lavorare I nuovi capi di imputazione riconoscono la morte come infortunio sul lavoro»

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«Finalmente sapremo se quegli operai che non erano quel sabato notte andati a ballare, ma in fabbrica, sono morti di lavoro e non per una fatalità, pur imprevedibile e devastante come un terremoto».

Da anni, gli stessi delle indagini, ripetono il refrain: sono i familiari delle vittime e i loro legali che con un pressing sulla procura senza risparmiarsi hanno ottenuto ciò che si erano prefissati. «Noi - spiega Laura Ansaloni, sorella di Leonardo e presidente del comitato "Emilia vite scosse" - ci siamo sempre battuti sul discorso sicurezza. Abbiamo sempre cercato di porre l'accento sui diritti e doveri dei lavoratori, ma anche dei datori di lavoro». «Gli imprenditori - riprende - sono loro che devono metterci in condizione di lavorare in maniera sicura e protetta. La procura adesso dovrà analizzare tutti gli aspetti legati alla sicurezza e sicuramente - conclude - è una cosa positiva perché la procura ci sta ascoltando, non è cosa da poco, anzi, è fondamentale. Mi sembra di essere sulla strada giusta, io ho sempre avuto fiducia nella legge e nella giustizia e forse siamo sulla strada giusta».

«Siamo soddisfatti - spiega Patrizia Micai, legale e rappresentante lei stessa del Comitato - perchè la procura ha accolto le nostre sollecitazioni, le nostre integrazioni tecniche alle indagini e questo capo d’imputazione indica che si è trattato di infortunio sul lavoro, una palese violazione delle norme di sicurezza: questi lavoratori, ripeto da tempo, non era lì il sabato notte a ballare, ma a lavorare e finalmente è importante che questo sia stato riconosciuto. Certo dovrà essere vagliato attentamente dal giudice, ma almeno ci stiamo provando». Il principio che ha spinto i familiari è chiarissimo e altrettanto semplice: «le persone che hanno perso la vita dovrebbero essere tutelati non come cittadini e basta, ma come lavoratori che nel momento in cui hanno perso la vita stavano svolgendo la propria occupazione». Agli imprenditori viene contestata proprio questa colpa (specifica nel dettaglio delle accuse) perchè all’interno dello stabilimento in cui hanno perso la vita non vi erano spazi per la loro sicurezza. «Ora però - si sofferma la Micai - alla luce di tutto questo ed è il mio auspicio, non solo i privati (le aziende) ma anche istituzioni pubbliche (Inail) rivedano la propria posizione e facciano le prime ipotesi risarcitorie. I privati si facciano avanti così come Inail non solo perchè i tribunali e i giudici glielo impongono». Perchè gli operai morti avevano famiglie e figli e mogli, ai quali non son stati nemmeno pagati i funerali. «Noi e la stessa procura - questo il nostro unico obiettivo - stiamo lavorando con l’obiettivo di ottenere una riformulazione normativa su tutto ciò che ha ruotato attorno al terremoto: almeno tutto questo serva a cambiar qualcosa».

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