E con un dito Fabbri fermò l'invasione
L'editoriale del direttore Stefano Scansani
Sorpresi su Facebook Francesca Liquori: “Tu invece Alan Fabbri quanti terremotati ospiti a casa tua?”. Alan Fabbri: “Io ho avuto mia nonna , mio zio fratello di mia madre , mia zia sorella di mia madre, mio pro zio zio di mia madre... quindi?”.
Quindi Alan Fabbri è un leghista benefattore. Se ne inventa una al giorno, come tutti i capitan tempesta, spaventa e fracassa del Carroccio, pur di tendere la pubblica reattività come le corde di un violino. L’ultima è stata quella contro il buonismo cosmico papalino e renziano che sollecita di aprire le porte di casa alle famiglie dei profughi. E lui, che è di Burana di Bondeno, reagisce con la formula dei “padroni in casa nostra”.
E chiede: quando mai è stata fatta una simile proposta per i terremotati dell’Emilia? Solo a Bondeno ce ne sono ancora 700. Quella dell’ospitalità dei parenti nello sciagurato maggio-giugno 2012 Fabbri non se l’è inventata. Indubbiamente ha ospitato nella casa materpaterna l’intero albero genealogico con la nonna e con gli zii. Gli antenati. E chi non l’avrebbe fatto? Chi non l’ha fatto per la propria famiglia, anzi, antropologicamente tribù? Lasciatemelo scrivere: quella dell’ex sindaco bondenese e attuale capogruppo leghista in Regione, è una risposta tribale.
Non è da incasellare fra i gesti umanitari, ma tra quelli istintivi. Vado sul difficile: necessariamente etologici. Fabbri ha operato per i suoi, tra i muri di casa sua, sulla strada curvilinea che lascia Burana e cerca i Pilastri. Stop. Siccome il multipresente Matteo Salvini è il suo segretario, risulta inevitabile che sia un passo più avanti di Fabbri. Il capo leghista l’altro ieri in tv ha solennemente dichiarato che un profugo (clandestino per loro) lo ospiterebbe volentieri nel suo bilocale.
In forza di questa straordinaria novità Fabbri deve aggiornarsi e proclamare che è disposto a spalancare l’uscio di casa anche a una famiglia di migranti. Forza, ci provi, considerando che sono solo umane intenzioni. Come quelle del buonismo cosmico. Penso che la circolante domanda “ospiteresti un profugo?”, sia comunque un’idiozia, una semplificazione, una specie di quesito con risposta a crocette su un tema immane e tragico. La risposta “sì” fa fare bella figura e sterza a sinistra. La risposta “no” fa arruffare e svolta a destra. La risposta “non so” libera dal problema. Ma il soggetto in tutti i casi non è la migrazione, ma la coscienza dell’intervistato, la sua convinzione oppure le sue incertezze che fanno chiacchiericcio statistico. Che cosa vuol dire “ospitare un profugo”, al di là della retorica?
Disseminarlo, rifugiarlo, accamparlo, alleggerire il problema della pressione nazionale. Ma con quale ordine, organizzazione, distribuzione, obiettivo finale? La marziale Germania ne fa entrare mezzo milione, ma immagino che il governo di Berlino sappia già dove indirizzarli, domiciliarli, occuparli, inserirli. Subito, mettendo in chiaro le regole (diritti e doveri) per i siriani e per i tedeschi. L’Italia invece col suo Cara di Mineo è una testa di ponte europea dei campi profughi di Turchia e Libano, dei campi di concentramento libici. Nessuno sa chi sono, che fanno, dove andranno i migranti per lo più africani. Ospitarli in parrocchia o in casa propria significa emulsionare il problema ma non superarlo.
E chi osserva che tanto in Italia loro sono solo di passaggio, sbaglia. Perché il bel gesto germanico domani potrebbe servire a Berlino per provare che loro hanno già dato largamente e prima di tutti: mezzo milione di profughi bastano. E noi siam qui a blaterare sul profugo a “domicilio”. Oppure sul terremotato prima del profugo, suddividendo e gerarchizzando per scalogne e sventure il prossimo nostro.
E Fabbri comunque insiste. Se non fosse per la barba, la corporatura e l’accento mantovanferrarese, assomiglierebbe ad Hans Brinker, il ragazzino olandese che, accortosi che la diga aveva una falla, ci infilò un dito. Tappo. Per una notte evitò che un’infinità d’acqua invadesse la sua terra e così divenne un eroe, e ispirò la fiaba ottocentesca “I pattini d’argento”. Anche Fabbri ha deciso di infilare il dito nella falla per evitare l’invasione. Non credo gli sarà sufficiente stare una notte in quella posizione.
s.scansani@lanuovaferrara.it
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