Aldro, Maccari non fu diffamato
Archiviata la querela del segretario del Coisp contro Patrizia Moretti
Patrizia Moretti esercitò «il diritto di critica» nei confronti di Franco Maccari, segretario generale del Coisp. Anche se utilizzò nell’intervista ad un periodico on line «espressioni e toni forti, ma rispettosi del limite della continenza», definendo ad esempio Maccari «uno stalker», non può essere processata per diffamazione nei confronti del sindacalista della polizia. È quanto ha stabilito il gip Silvia Marini nella sentenza dell’1 settembre scorso, che accoglie la richiesta di archiviazione del pm Stefano Longhi, rigettando l’opposizione dello stesso Maccari e chiude l’ennesimo capitolo della vicenda Aldrovandi. Nello specifico, si tratta di un rivolo del filone aperto dalla famosa manifestazione del Coisp di solidarietà agli agenti condannati, il 27 marzo 2013 in piazza Savonarola, che innescò uno strascico di dichiarazioni, querele e controquerele. La mamma di Federico aveva giustificato le sue parole come difesa dagli attacchi a lei rivolti sulla stampa da Maccari, che, ha stabilito il giudice, «non erano espressi nell’esercizio della critica sindacale». Marini va anche oltre, spiegando nella sentenza che «il rappresentante del sindacato non si è limitato alla difesa degli agenti, ma ha strasbordato pesantemente offendendo senza che ve ne fosse motivo Patrizia Moretti definita una falsa ed una strumentalizzatrice per fini politici. Ciò fuoriesce dalla critica sindacale». Quindi l’opposizione di Maccari alla richiesta di archiviazione del pm, che insisteva su quest’ultimo elemento, non era accoglibile.
Patrizia Moretti, ricorda ancora la sentenza, era stata accusata di «trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide», di «spargere veleno a profusione sul Coisp», di «sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle», di combattere una campagna politica contro la Polizia; il figlio era stato definito «drogofilo». Lei aveva ricostruito questi attacchi, di fronte al pm, definendo questo comportamento «come una tortura personale, cioè continua, perché comunque si trascina nel tempo». Di qui la sua reazione, che lo stesso pm aveva definito nella richiesta di archiviazione «una reazione emotiva ad una ritenuta forma di molestia morale posta in essere nei suoi confronti», senza peraltro voler attaccare Maccari come persona. Poi la decisione del giudice.
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