Ferrara, in arrivo altri 12 profughi
Cresce così a ottanta il numero di accolti all'hub di Pontelagoscuro. E il vescovo scrive ai sacerdoti una lettera aperta con le istruzioni per la corretta accoglienza: «Le parrocchie siano presenza umana e cristiana per questi fratelli e sorelle»
FERRARA. Undici provengono da Paesi dell’Africa centrale, il dodicesimo dall’Afghanistan. Sono i dodici nuovi profughi arrivati ieri a Ferrara dal Centro Mattei di Bologna e accolti nell’Hub di Pontelagoscuro, portando dunque a circa ottanta il numero dei rifugiati ospitati nella struttura di Ponte.
E sul tema dell’accoglienza ai profughi, a giorni dall’invito di Papa Francesco ad aprire le parrocchie a chi fugge da fame, guerra e violenza, è tornato a intervenire il vescovo di Ferrara Luigi Negri, con una lettera ai sacerdoti che è, al tempo stesso, un vademecum per l’accoglienza,
«Le nostre comunità parrocchiali - è la premessa - devono mirare a essere presenza umana e cristiana che accompagna questi nostri fratelli e sorelle a entrare in un mondo così diverso dal loro e, quale che sia poi l’obiettivo che essi si pongono, che possano vivere con noi un tempo in cui conoscere e condividere una benevolenza a cui normalmente, almeno negli ultimi tempi, non sono abituati». Compito di tutti è «aiutarli a scoprire la loro dignità umana, la loro responsabilità, la loro capacità di amore e di dedizione». Tutto questo nell’ottica di «un periodo di accompagnamento che tutti ci auguriamo abbia un esito positivo o quantomeno sia principio di un processo di integrazione».
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Il vescovo chiarisce poi che la chiesa parrocchiale e la canonica, per motivi «di carattere pastorale e non per pregiudizio», «non possono essere utilizzate per l’accoglienza dei profughi». Perché «quando si è ospitato nei locali parrocchiali, talora ingenuamente e senza mai confrontarsi con l’Arcivescovo, le cose non sono andate affatto bene».
Secondo punto: l’accoglienza «si deve affidare ai soggetti che hanno la competenza per assumere tutte le responsabilità connesse», come la Caritas e altre associazioni in grado di rapportarsi con le istituzioni. Il terzo invito è quello di sensibilizzare i parrocchiani proprietari di case sfitte a compiere una scelta di aiuto . «Ovviamente non spetterà loro il servizio diretto alle persone, ma ciò avverrà attraverso la mediazione delle realtà caritative diocesane».
Il vescovo passa poi a illustrare alcune “note tecniche” per gestire al meglio l’accoglienza dei profughi: la struttura messa a disposizione deve avere ingresso e spazi indipendenti per evitare difficoltà di convivenza dati dalle diverse culture, usi e costumi; i locali messi a disposizione devono essere in possesso del certificato di abitabilità, in quanto soggetti a controllo dalle autorità competenti; la durata media di una accoglienza è di 14/18 mesi; non si possono scegliere le persone o il nucleo familiare che si ospita (età, nazionalità o credo religioso) ma si può solo dichiarare il numero di persone che si è in grado di accogliere; il progetto di accoglienza, prevede una serie di servizi garantiti: vitto e alloggio, vestiario e igiene personale, assistenza sanitaria, corsi di lingua italiana, mediatore linguistico, assistenza legale, inserimenti scolastici dei minori accolti.
Vista la complessità dei servizi e le competenze richieste - prosegue la lettera aperta - non bastano dei volontari ma servono operatori preparati e liberi professionisti.
Infine, «un'ipotesi di accoglienza, potrebbe essere che la struttura accreditata si occupa di tutti i servizi e degli aspetti burocratici e amministrativi mentre la parrocchia con i propri volontari, si occupi dell'affiancamento delle persone/famiglie accolte aiutandole nell'inserimento nel tessuto sociale, negli accompagnamenti presso ambulatori, scuole, uffici, supermercati ecc. e nell'inserimento in ambienti di volontariato».
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