Foto distrutte per i prelievi alla Carisbo
Due accessi negati mercoledì, durante l’assalto. Qualcuno non riesce a prender soldi: Tartari picchiato per il pin sbagliato?
L’inchiesta sulla scomparsa di Pierluigi Tartari è sempre più un rompicapo, senza precedenti. Perché c’è un buco nella scia dei prelievi, ed è lo stesso buco delle indagini: alle 21.34.11 della sera del 9 settembre (poco prima o quando è in atto l’aggressione-rapina in casa di Tartari ad Aguscello), qualcuno tenta il prelievo allo sportello Bancomat di Carisbo, in via Fabrizio de De Andrè, zona via Comacchio, a poco più di un chilometro dalla casa di Tartari. La transazione è negata (particolare importantissimo). Succede lo stesso al secondo tentativo, alle 21.35.52, rigettata la richiesta di prelevare i 250 euro. E allora: chi ha tentato quel prelievo? Dare la risposta significa rappresentare in modo palese il “buco” dell’inchiesta, un possibile “peccato originale” - incolpevole, è bene sottolineare -, poiché non si saprà mai chi ha usato, in quella circostanza, la carta Bancomat di Pierluigi Tartari: se lui stesso o chi lo teneva già sequestrato in casa e potrebbe aver fatto questa prova per verificare il pin fornito, prova che andata a vuoto potrebbe aver innescato ciò che è successo dopo: la scomparsa di Tartari per la possibile morte.
Il buco è dovuto al fatto che le immagini di quel Bancomat si sono autodistrutte, perché per problemi tecnici e ritardi nell’acquisizione (errori incolpevoli) non è stato possibile acquisire le foto, in alta definizione, di chi ha fatto quel prelievo. Un errore forse dovuto anche alla indicazione sbagliata fornita, in un primo momento, di uno sportello Bancomat Carisbo di altra sede. Così, ciò che resta agli atti di questo buco è la risposta dei tecnici della banca che spiegano di non poter fornire immagini perchè autodistrutte dopo diversi giorni. A questo punto, sul buco al Bancomat Carisbo - su cui gli inquirenti stanno lavorando - si possono fare supposizioni, senza per questo giocare al piccolo detective, valutando gli elementi oggettivi conosciuti. Alle 21 circa della sera del 9 settembre, la badante della famiglia che abita nella casa attigua a quella di Tartari sente rumori di passi sulla ghiaia. Si affaccia, non vede nulla. Solo attorno alle 22.30 sente gridare Tartari che dice: «Non ho nulla». Gli inquirenti troveranno in casa tutti i quadri spostati, segno che i ladri cercavano una possibile cassaforte, che non esiste perché Tartari è un pensionato normale, che «non ha nulla». Torniamo alle 21.34, in via De Andrè, davanti alla Carisbo: è possibile che Tartari si sia sbagliato a inserire il pin, ben due volte, per fare prelievi prima di entrare in casa? Possibile, ma gli orari non coincidono. E se invece chi tenta il prelievo, negato, fosse qualcuno entrato alle 21 e che ha aggredito e rapinato Tartari, facendosi consegnare il pin e per provarlo sia poi andato alla banca più vicina? Possibile. Ma ciò che può essere avvenuto dopo, non è altro che un’altra supposizione: l’uomo del bancomat negato, forse lo stesso, il “capo” che farà prelievi e spese, torna ad Aguscello: pochi minuti tra banca e casa. Chiede conto a Tartari dei due prelievi negati, lo picchia per avere il pin giusto. Che Tartari potrebbe alla fine aver dato, ma i rapinatori, non fidandosi, lo sequestrano.
Oppure, altro scenario, Tartari che ha 73 anni e non è in buona salute, gli “muore in mano”: ipotesi fatta anche dagli inquirenti. Ma non è meglio lasciarlo lì in casa, morto? No, perché, comunque sia, anche se è morte involontaria, è omicidio: così, lo caricano in auto e lo abbandonano chissà dove, tra la casa e Mizzana o altre parti. Decisione, per i rapinatori, più che azzeccata: sono 17 giorni che Tartari non si trova. E che dell’inchiesta non si parla di omicidio.
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