Allarmismo coi fatti e fatti allarmanti
Il fondo domenicale del direttore della Nuova Ferrara
Mordacchia è un sinonimo di museruola. Molti preferirebbero che noi l’indossassimo per non fare allarmismo. Che è sinonimo di rottura della quiete pubblica. Come se dipendesse dai giornali il sentimento d’inquietudine, di insicurezza, di incertezza, di paura, di instabilità della gente. Mai che nessuno capovolga il fenomeno dell’allarmismo, cioè finalmente constati che generalmente i giornali raccontano fatti che allarmano, e non allarmano raccontando i fatti. Fatti del tutto nuovi. Perché se gli avvenimenti fossero noti e ricorrenti non turberebbero, non allarmerebbero.
Qui mi fermo con la filosofia della cronaca e vengo alla nostra dimensione ferrarese. Perché anche da noi l’accusa (rombante o sottile) di fare allarmismo ci assedia con due risultati fastidiosi. C’è chi crede che l’informazione si carburi profittando del sensazionalismo. C'è chi è convinto che la gente sia così tonta e fragile da andare in bestia o cascare nella disperazione per quel che legge nelle trenta battute di un titolo. Questo è offensivo. Detto alla svelta: la colpa è sempre dei giornali. Vale per tutto. Per la cronaca nera, per la cronaca finanziaria, per la cronaca politica. Non sto parlando di noi (giornalisti), ma di noi cittadini. Vi propongo una secca antologia esemplare.
CRONACA NERA
Pierluigi Tartari è morto nel corso della rapina nella sua casa ad Aguscello, oppure durante il drammatico tour in auto con i banditi per sportelli bancomat. Il crimine nel Ferrarese ha compiuto un salto di qualità. Di crudeltà. Ci è stato detto che le cronache, le nostre inchieste sul caso, le ricostruzioni, i collegamenti ipotizzati dalla Nuova con le precedenti rapine in villa, provocano allarme sociale. Si tratta di un giudizio inaccettabile. Informare non fa rima con investigare (alla maniera giudiziaria). Se un quotidiano facesse passare la logica che i reati sono in linea con i modelli statistici e i raffronti percentuali, finiremmo per compilare delle liste fredde di casi gelidi, dedicheremmo un niente di righe a una sola rapina messa a segno in un anno in una frazione di 100 abitanti, o finiremmo per narrare con noia i ricorrenti scippi di catenine e collane per strada. A noi - che amiamo la sobrietà - capita di mettere in allarme per mettere in guardia, dal micro al macro. Ecco, la tragedia di Aguscello è macro. Raccontarne la dinamica e l’inchiesta con dettagli, lacune, sequenze, velocità, esitazioni, epilogo, è obbligatorio perché serve a dar forma al fenomeno. O pericolo. Lo chiamo col nome giusto: pericolo. E poi ci sono i tempi della giustizia che ha un passo diverso e silente rispetto a quello dell’informazione la quale - è un vizio del mestiere - fa due cose rumorosissime: divulga e scarnifica possibilmente la verità, tutti i giorni. Come quella che “fa” la prima pagina di oggi.
CRONACA FINANZIARIA
Un eccesso? Se la Nuova, per prima, nel giugno dell’anno scorso non avesse svelato la gravità e complessità dello stato della Carife, ora essa sarebbe vicentina col benestare della Banca d’Italia.
Ho scritto giusto, e avete capito bene. Sarebbe diventata proprietà della Popolare di Vicenza oggi nel mirino della giustizia e destinataria di avvisi di garanzia dal suo presidente in giù. Ferrara sarebbe immersa o in fondo a una frittata: pensate, da un lungo commissariamento in Giovecca a un cda vicentino indagato per l’ipotesi di reato di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza della Banca d’Italia. ll giornale che dirigo non aveva predicato contro i progetti egemonici della banca veneta, ma ne ha disvelato gli obiettivi, come ha chiesto ai ferraresi di uscire dal torpore per pretendere di sapere e partecipare ai destini della Cassa. Fosse stato per numerosi dirigenti, vari potenti ferraresi, e taluni sindacalisti noi avremmo dovuto tenere toni afoni e subacquei, sulle decisioni della Banca d’Italia fino alla richiesta milionaria di danni dei commissari ai componenti dei due ultimi consigli d’amministrazione. Keep Calm an Carry On (mantieni la calma e vai avanti). Non dovevamo disturbare. Ma io sono convinto che la storia si racconta tutta o serve a nulla (oppure serve unicamente a loro). E da quasi due anni e mezzo che c’è chi prova a pigiare sul senso di colpa o la lieve minaccia. Prova a convincerci che l’inquietudine degli azionisti e la chiusura di conti correnti è colpa nostra: allarmismo?
La Nuova ci aveva visto così bene che anche la politica ha deciso di mobilitarsi: il sindaco del capoluogo e presidente della Provincia Tagliani ha scritto una lettera ai parlamentari e al governo dove il ritornello bronzeo è la parola “preoccupazione”. Bronzeo come un’ultima campana. Significa che qualcosa è successo, abbiamo fatto capitare, tanto da mandare gambe all’aria il precetto che la politica deve star fuori dalle banche (i partiti, non la politica).
CRONACA POLITICA
I politici dilettanti, ma anche quelli scafati, per mettere all’angolo i cronisti ficcanaso dicono che questi ultimi soffrono di crisi d’astinenza da scoop. Ovvero credono che se non pubblicano notizie gonfiate, clamorose, vanno in depressione. Non credo che le ultime narrazioni sulla vita amministrativa ferrarese siano state fantasiose o addirittura frutto di complotti (così pensa il centrosinistra) o di preconcetti (così pensa il centrodestra). I fatti sono tutti veri. Basti l’esempio della sequenza del caso della cooperativa Camelot, dal silenzio sull’intervento dell’Autorità Nazionale Anticorruzione al silenzio sul ritiro della delibera d’incarico; dal silenzio sull’acquisizione degli atti in assessorato da parte dei carabinieri alla nostra determinazione di andare a intervistare la fonte: il presidente Cantone. Allarmiamo? Anche speculiamo, portando frecce nell’arco delle opposizioni che da anni mirano al bersaglio Camelot? Opposizioni così poco in tensione e disabituate allo scatto, che è stata la Nuova a chiedere loro - quasi casa per casa - una reazione al caso Camelot. Non mi spiace che la verità metta in allarme.
Stefano Scansani
s.scansani@lanuovaferrara.it
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