Omicidio Tartari: la vittima è stata portata via ancora viva
Arrestato un altro giovane: è lui che ha indicato agli inquirenti il casolare alla periferia di Ferrara. In carcere Patrik Ruszo di 19 anni
FERRARA. L’hanno ucciso dopo la rapina in casa sua ad Aguscello, per poco più di 2000 euro, e dopo l’aggressione lo hanno caricato in auto, legato mani e piedi, imbavagliato, riempito di botte. Ucciso. È morto la stessa sera dell’agguato, il 9 settembre, Pierluigi Tartari, poi i barbari che l’hanno ucciso, l’hanno gettato via come uno straccio sporco, in un rudere abbandonato e nascosto da un boschetto impenetrabile. Ma se qualcuno di questi barbari, un ragazzo di 19 anni non avesse confessato omicidio e rapina e avesse detto di andare a cercarlo in quel posto, Pierluigi Tartari non sarebbe mai stato trovato. Il corpo l’hanno scovato gli ispettori della squadra mobile ieri che albeggiava, dopo le 5, dopo che nella notte, quel ragazzo di 19 anni, Patrick Ruszo, slovacco, con una vita tra Ferrara e tanti altri posti, ha confessato al magistrato Filippo di Benedetto e al dirigente della squadra mobile Andrea Crucianelli che lui e altri avevano ucciso Tartari, per una manciata di migliaia di euro, buttando poi via il corpo.
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Poche ore prima, il giovane slovacco stava tentando di scappare, su un treno da Ferrara a Venezia e poi chissà dove: lo hanno bloccato gli agenti della Polfer a Padova, poi di notte trasferito a Ferrara, dove è stato subito interrogato, dove si è convito che ormai non poteva più nascondere la tragedia di un pensionato ucciso per una manciata di euro, e indicare dove era il suo cadavere. Il corpo di Tartari era lì, nel rudere in aperta campagna, cui si arriva da via Pelosa verso Coronella, a ridosso dell’autostrada A13, con un giro tortuoso di strade e sterrati: era qui il corpo del pensionato di 73 anni che da due settimane tutti cercavano, «vivo», dicevano per pietas gli inquirenti, ben sapendo che non poteva esserlo, perchè morto. E con la stessa pietas, ieri mattina, con un groppo in gola, magistrato, dirigente della mobile, questore e gli stessi ispettori che lo hanno trovato, chiedevano ai giornalisti «trovate voi la forma più delicata per dire in che condizioni era quel corpo, impossibile da riconoscere».
Solo andando in quel buco sperduto nella campagna a pochi chilometri da Ferrara, vedere il luogo dov’era stato gettato e sentire quello che non si poteva non sentire, si può comprendere la pietas degli inquirenti e altrettanto la spietatezza degli assassini. Per il pm Di Benedetto - e tutti gli inquirenti - dopo una notte in bianco per interrogare Patrick Ruszo e arrestarlo per omicidio aggravato, rapina e tanto altro, è una liberazione - giustamente - parlare con i giornalisti del «fermo che ho effettuato - spiega il pm - dopo l’interrogatorio e la confessione di una delle persone che hanno partecipato al fatto assieme all’altro ragazzo fermato, mentre stiamo cercando altre persone». Quella notte ad Aguscello, ad aggredire e rapinare Tartari prima, c’erano entrambi i due ragazzi arrestati: Costantin Fiti, il romeno 22enne, incastrato per un paio di scarpe Adidas e il ragazzo bloccato la notte scorsa. E con loro altre persone: che hanno già un nome e sono ricercate. Le stesse persone che, tutte insieme, la sera prima della tragedia, l’8 settembre, erano su una Alfa Romeo, ad Aguscello, per preparare il colpo, confermava il pm: «Sì, erano loro, erano lì ad Aguscello». Quell’auto venne inseguita e bloccata e gli occupanti riconosciuti da testimoni, poi, come i rapinatori di Tartari. A queste persone, ai cittadini che hanno collaborato con le indagini, il pm Di Benedetto e gli inquirenti mandano i ringraziamenti. E lo stesso pensiero a loro, il pm lo rivolge alla famiglia «alla quale non abbiano potuto ridare il proprio caro vivo ma cadavere», dice turbato il pm Di Benedetto. Alla famiglia dovrà dire perché Tartari è stato ucciso e come è morto. Domande che non hanno risposte altrettanto nette. Sul perchè, per quale movente, dice: «Perchè i rapinatori sono stati visti viso scoperto». Sul come è morto, sulle cause - precisa - «da lunedì gli esami medico-legali e biologici ci daranno le risposte che cerchiamo». Insomma, occorrerà cercare ancora e definire con precisione lo scenario e per questo «le indagini continuano». Anche se vi è già una certezza assoluta: Tartari era vivo dopo essere stato portato via dalla casa di Aguscello. Lo prova il fatto che era legato mani e piedi, imbavagliato - dice lo stesso magistrato - e che è morto durante il tragitto tra Aguscello e la zona in aperta campagna dietro via Pelosa, tra Porotto e Coronella, a bordo della Opel Corsa poi trovata due giorni dopo nel cimitero di Mizzana coi sedili ribaltati e tracce di sangue sui tessuti dei sedili. Ma perchè quell’auto ricompare solo due giorni dopo la scomparsa/morte di Tartari? «L’hanno usata per un paio di giorni», spiega il magistrato: con quell’auto, vanno in giro e fanno spese, non curanti di controlli o altro. «Balordi pericolosi», li aveva definiti il questore Antonio Sbordone. E la loro azione un «atto di barbarie». Tutto vero, purtroppo. Ma la realtà, stavolta, supera davvero le parole più dure.
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