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Omicidio Tartari

«Non l'ho ucciso io. Quando l’ho lasciato era ancora vivo»

La polizia nel casolare in cui è stato trovato il corpo senza vita di Pierluigi Tartari
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La polizia nel casolare in cui è stato trovato il corpo senza vita di Pierluigi Tartari

Patrik Ruszo resta in carcere ma respinge l’accusa di omicidio. Il pensionato legato con fascette come l’anziana di Mesola.

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«Comandava lui, decideva tutto lui». Dalla sua cella dell’Arginone, dove ieri al termine dell’udienza di convalida il giudice ha confermato il suo arresto e disposto la detenzione in carcere, Patrik Ruszo punta il dito contro il capo della banda, il 51enne croato ancora ricercato dalla polizia.

Il diciannovenne slovacco fermato venerdì sul treno diretto a Venezia, ha ripetuto le dichiarazioni già rese al pm Di Benedetto la notte del suo arresto, ha confessato la sua partecipazione alla rapina insieme a Constantin Fiti (il 22enne rumeno arrestato qualche giorno prima) e al tempo stesso ha cercato di scrollarsi di dosso l’accusa più pesante, quella di omicidio. «L’ultima volta che ho visto Tartari era ancora vivo, era vivo quando è stato portato in quel casolare. Non l’ho deciso io, lo ha deciso il capo. Lui conosceva quel posto, perché in passato lo aveva usato per portare merce rubata. Da quel momento in poi di Tartari non ho saputo più niente. Anzi, nel casolare non ci sono nemmeno entrato, sono rimasto fuori a badare alla macchina». Sui motivi del sequestro non ha fornito però spiegazioni. In ogni caso questa ricostruzione dovrà essere avvalorata o smentita anche sulla base delle risultanze degli accertamenti medico legali che saranno effettuati entro la settimana. Nessuna domanda, da parte del gip, sulla mamma-badante.

Ruszo ha anche negato di sapere che la vittima era legata con fascette da elettricista: «Non le ho viste, ho visto solo che era stato imbavagliato e legato con il nastro adesivo». Un particolare, quello delle fascette da elettricista, che ricorda la rapina compiuta il 30 luglio ai danni di un’anziana a Mesola, rimasta imprigionata in casa per due giorni prima di essere trovata dal figlio. E c’è anche un altro elemento che lega i due gravi episodi: l’auto in cui sono stati visti i tre ad Aguscello la sera prima dell’agguato a Tartari, è la stessa che era stata descritta da alcuni testimoni a Mesola. Ruszo però anche su questo punto non ha buona memoria. Ha ammesso che la banda in passato aveva compiuto altri colpi «in giro», per poi aggiungere di «non ricordare» dove. Gli unici posti che conosce bene, ha detto, sono la sala giochi di via Darsena e la stazione, dove passa le sue notti. E quando il giudice ha convalidato il suo arresto, ha chiesto di essere portato in carcere nel suo Paese, in Slovacchia, «perché qui non capisco la lingua». Altri tasselli che restituiscono l’infinito strazio della tragedia di Aguscello, una vicenda che per due settimane ha fatto soffrire i familiari di Tartari per l’incertezza su cosa era successo al loro caro, e poi ha moltiplicato il loro dolore quando i loro interrogativi hanno cominciato ad avere risposte.(a.m.)

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