Omicidio Tartari, il fratello di Pierluigi: "Sono ignoranti fottuti"
Ferrara, Marco non nomina mai la forca, vendetta o dice Dio li fulmini, ma invoca l'ergastolo. Gli hanno rubato la foto della Nazionale di serie C del 1961
FERRARA. Dà un nome e un cognome ai banditi che gli hanno ammazzato il fratello: “ignoranti fottuti”. Così Marco Tartari dice quello che pensiamo tutti, credo. Rende soggettivo ciò che fino ad ora ha marchiato il crimine come “barbarie” e “orrore”. Rende senza filtri gergali quelli che fino ad ora sono stati i “balordi pericolosi”. A Marco Tartari è concesso dire “ignoranti fottuti”. Detto questo l’uomo non frammette dighe e argini al suo dire, a una pressione che ha nel petto, a una rabbia - confessa - che è impossibile s’annacqui prima o poi in una eventuale rassegnazione.
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Sto con lui al telefono mezz’ora. Non c’è nulla che lo possa consolare, ed è così lucido che tutti i preconcetti e le riserve sul razzismo, il giustizialismo e l’ideologia della vendetta neanche balenano. È in ballo il buon senso, e il senso dell’umanità. Marco Tartari invoca l’ergastolo per chi ha rapinato, picchiato e ammazzato il fratello, e mai nomina la morte, l’incenerimento, la forca, o che dio li fulmini.
Neanche mi viene in mente di provare a chiedergli con la fretta giornalistica o l’ansia pietistico-cristiana se perdonerà. Mi ha già detto che non ha nessun’altra guancia da porgere. Basta. Ha ragione. L’uomo di Aguscello, 72 anni, ventidue mesi meno del fratello, spiega la qualità dei banditi. Svela che la sera dell’8 settembre in casa sua oltre a rubare una carabina ad aria compressa e un fucile vecchio e smontato, hanno portato via una foto. Un ricordo della formazione della nazionale di calcio serie C anno 1961, dove sono ritratti Marco in compagnia di Gigi Riva. Bottino, insieme a qualche oggetto ottocentesco invendibile, e poi ai quadri d’arredo appesi alle pareti del fratello. Doveva essere un reato predatorio e si è trasformato in una rapina, in un’aggressione, in un sequestro, in un omicidio. Gli “ignoranti fottuti” non conoscono il distinguo fra la ricchezza personale di una vecchia formazione calcistica e i limiti di una carta di credito. «Ecco, se me ne capitasse uno davanti gli domanderei chi sei, da dove vieni, sei un uomo? Gli assassini non si recuperano». Tartari racconta che la notte non dorme, che dentro ha una cattiveria che cresce giorno dopo giorno, che gli hanno portato via la vita del fratello».
Le parole di Marco, noto ai ferraresi come giocatore a tutto campo della gloriosa Spal, non inciampano mai in una imprecazione, in una invettiva. Lui va ancora più in profondità dicendo che quegli uomini «hanno una cultura primordiale» e che »non hanno peso specifico». Cerca le ragioni dell’assassinio: nel vuoto pneumatico di quelle persone. «Le quali - aggiunge Tartari - sono state qui il giorno prima, a prendere il caffè nella casa che confina con la mia e di mio fratello Pierluigi, ospiti della badante della vicina, che è la madre di uno di questi. Ma ci rendiamo conto? Vi rendete conto? È normale? Ditemi se è normale».
Non è normale signor Marco. Come il fatto che i tre, cioè i due che stanno in carcere e chiamano “capo” il latitante, fino alla sera dell’8 settembre circolavano in città e in provincia, facevano foto con la scenografia del Castello Estense, vivevano in stazione. Tra noi e con quella cosa dentro che Tartari chiama “ignoranza fottuta”. E se i due chiamano “capo” il terzo (al di là delle strategie difensive) vuol dire che erano organizzati, appartenevano a una realtà delinquenziale. Tartari mi prega di ringraziare le forze dell’ordine, gli inquirenti per il lavoro svolto. E mi scongiura in questa narrazione di non fargli dire che ha chiamato “bestie” gli omicidi. «Perché le bestie sono un’altra cosa. Qui siamo oltre, sa? Scriva ignoranti fottuti».
Si tratta di lingua italiana. Ignorante è colui che non sa. E fottuto (parola già presente in letteratura nel Cinquecento) è un’alternativa a maledetto. Nulla di volgare. Tutto di inumano.
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