Uber ha le ore contate. E spunta il quarto uomo
Il delitto di Aguscello, il capo è ancora in fuga. Indagini su altri balordi. Le scarpe della vittima nel campo. E quelle da bimbo comprate con i suoi soldi
FERRARA. Lo chiamano Uber, ma non è il suo nome vero, che compare negli atti giudiziari. È il cattivo, il capo di quella banda di «balordi pericolosi» o «ignoranti fottuti» che hanno ucciso Pierluigi Tartari, il pensionato 73enne e ne hanno nascosto il corpo per due settimane in un rudere in aperta campagna, in via Vecchio Reno. Due della banda sono già in carcere, Costantin Fiti e Patrik Ruszo giovani balordi che insieme hanno poco più di 40 anni. Uber, invece, è ancora in fuga: dove? Non si sa. Patrick che è scappato con lui, dice di averlo lasciato ad Udine pochi giorni dopo l’omicidio, e qui erano arrivati insieme, in treno, in fuga da Ferrara.
In fuga da Udine. Ma a Ferrara era tornato Patrik, dopo un tormento personale: «Non dormivo più la notte», dirà al legale e agli inquirenti, confessando la sua partecipazione nell’omicidio Tartari. Pur con molti distinguo ha ammesso di far parte della banda di balordi: «Io guidavo l’auto, la Opel Corsa, Tartari era ancora vivo quando venne preso da Uber e Fiti e portato nel casolare», ha riferito agli inquirenti. Lui e Fiti ora sono in carcere, Uber invece in fuga, da settimane. Ancora per poco, promettono gli inquirenti che avevano dichiarato «li prenderemo tutti», parlando al plurale.
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Il quarto della banda. E allora, ecco spuntare un quarto uomo dal mistero di Aguscello. Una quarta persona che farebbe parte di questa banda che ha colpito non solo in via Ricciarelli, ma in tutta la provincia, questa estate. Negli atti dell’inchiesta sull’omicidio Tartari, il nome di questo quarto uomo non compare, almeno non negli atti che sono in possesso degli avvocati. Ma è una presenza certa, ancora coperta, proprio perché le indagini della procura di Ferrara che sta lavorando con diversi magistrati su molti casi, non sono finite e sono destinate, purtroppo, a riservare anche altre amare sorprese.
Amare sorprese. Amare sorprese, dicevamo, come quelle che si aggiungono alle tante, agghiaccianti, apprese in questi giorni sull’omicidio Tartari. Sul quale dovranno dare ancora tante spiegazioni, Patrik Ruszo, sebbene abbia confessato - a modo suo - la partecipazione alla rapina/omicidio di Tartari, e Costantin Fiti che si limita a dire di esser stato solo presente allo shopping con le carte bancarie rubate a Tartari.
Il pin sbagliato a Carisbo. E dopo averle rubate a Tartari, la sera dell’aggressione in casa sua - informa Ruszo -, il gruppo fece le prove con il pin del Bancomat di Tartari: Uber uscì di casa (la badante, mamma di Patrik, sentirà alle 21 entrare ed uscire una persona di casa) e tentò due volte l’accesso - negato - alle 21.34/21.35 allo sportello Bancomat Carisbo in via De Andrè. Ruszo e Fiti, in casa, tenevano a bada Tartari che venne picchiato, prima con un pugno (da Uber) e poi con un tubo (sempre Uber) 2 o 3 volte, tenendolo viso a terra sopra un cuscino.
Scarpe di Tartari gettate. Poi, la fuga, col corpo di Tartari in auto, gettando le sue scarpe dal finestrino nel campo davanti casa. Altri particolari agghiaccianti, li offre Ruszo, spiegando il perchè di un acquisto, il 10 settembre, all’Ipercoop Le Mura.
E quelle del bimbo. Patrik compra un paio di scarpe per bimbo, numero 20, marca Adidas, paga in contanti coi soldi presi poco prima col bancomat di Tartari (29.90 euro). E quasi a giustificarsi: «Ma io ho un figlio di 1 anno in Slovacchia!»
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