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I profughi ospitati a Ferrara? «Perseguitati lontano dalle tv»

Stefano Ciervo
I profughi ospitati a Ferrara? «Perseguitati lontano dalle tv»

De Filippi (Msf): in Africa centrale non scappano dall’Isis ma da guerre nascoste e dittature E il 90% trova un riconoscimento umanitario. Hussein, dalla prigione ai fornelli vegani

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FERRARA. «Non sono siriani o iracheni, mica scappano dall’Isis e dalle guerre che vediamo in tv: perché li dovremmo accogliere?». Riassunta brutalmente, è la domanda che si ripete spesso in post, tweet e commenti che popolano il web e i dibattiti pubblici quando si affronta il tema dei profughi ospitati in città. E in effetti le nazionalità prevalenti tra i nostri richiedenti asilo sono nigeriana, maliana, gambiana, etiope, in generale centro africane. Da cosa scappano, dunque, se il focus dei conflitti è altrove? Sono migranti economici che non dovrebbero nemmeno arrivare qui?

Si concede un mezzo sorriso dopo una giornata terribile, Loris De Filippi, prima di rispondere di fronte al gazebo dove Medici senza frontiere sta stilando il bilancio del bombardamento all’ospedale di Kunduz: «Sono stato a bordo delle nostre navi nel Mediterraneo - premette il presidente di Msf Italia - e posso testimoniare che, rispetto a qualche anno fa, quando i migranti erano soprattutto uomini o donne giovani, c’è ora un impressionante aumento di famiglie con donne e bambini. È la prova che la situazione nei loro paesi d’origine è insostenibile, e in effetti l’80% scappa da guerre non dichiarate e dittature sanguinarie. E sono proprio le nazionalità presenti da voi».

I nigeriani sono il caso più eclatante: «L’intero nord della Nigeria è sottoposto alle scorrerie di Boko Haram (islamici alleati dell’Isis, ndr), che dove arrivano fanno stragi, e che hanno incrementato di parecchio l’attività negli ultimi sei mesi - racconta De Filippi - Il nord del Mali è un altro esempio di guerra non dichiarata, dopo l’intervento francese di un anno e mezzo fa, a causa delle milizie qaediste e islamico radicali. Gambia ed Eritrea, invece, sono casi di dittature che vanno avanti da molti anni, con persecuzioni nei confronti degli oppositori, ragazzini arruolati a forza, famiglie scomparse».

Perché i profughi non possono essere aiutati a casa loro? «Questo è solo uno slogan, considerato che, al di là delle difficoltà operative, tra il 2008 e il 2012 il contributo ministeriale alle Ong è passato da 745 a 88 milioni» è l’amara contabilità di De Filippi.

Gemechis Hussein, etiope, è scappato dopo aver visto il padre sparire ed essersi fatto un anno di prigione per motivi “politici”: «Sono partito nel 2008, a piedi, e ci ho messo 10 giorni a lasciare il paese. In 15 giorni ho attraversato il deserto del Sudan, altri 15 mi sono serviti per arrivare in Libia, dove mi hanno trattenuto due anni tra prigione e lavori forzati in agricoltura - è il suo racconto dal cuore del festival - Il viaggio sul barcone mi è costato 750 euro ma adesso sono qui, a Cento, con un permesso per motivi umanitari, e voglio rimanerci».

Hussein, musulmano, ha trovato lavoro al ristorante vegano “La trattoria”, «ha due anni di permesso a differenza di chi ottiene la protezione internazionale come perseguitato politico, che “vale” cinque anni - spiega Dario Gargano, di Camelot - Il 60-70% di chi arriva qui è nelle sue condizioni, il 90% del totale ottiene comunque una forma di riconoscimento. Arrivano anche molti pakistani e afghani, che però si vedono poco in giro perché trovano subito un riferimento nelle loro comunità. Così si notano in città soprattutto quei gruppi di persone non accolte, per lo più irregolari».

Chi fa differenze tra profughi, comunque, non vada ad ascoltare la documentarista Federica Cellini, grande conoscitrice dell’Africa centrale: «Una madre che affronta un viaggio di quattro anni per portare via i propri figli dal loro paese, è inseguita dalla morte». Che si chiami guerra o in altro modo.

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