Huber, il capo, catturato a mille chilometri da Ferrara
Era in Slovacchia. Ai poliziotti ha detto: «Non sono io quello che state cercando» A fine settembre aveva lasciato l’Italia rubando una macchina a Pordenone
FERRARA Una banda di balordi, disorganizzati e dunque pericolosi. Dopo Constantin Fiti e Patrik Ruszo, mancava solo lui, il capo, per chiudere il cerchio attorno alla banda accusata della rapina mortale del 9 settembre ad Aguscello, costata la vita a Pierluigi Tartari, elettricista in pensione di 73 anni.
E il cerchio si è chiuso, finalmente, il pomeriggio di sabato 3 ottobre a Velky-Blh, in Slovacchia. In quella cittadina dal nome impronunciabile, a 990 chilometri da Ferrara, aveva cercato rifugio Ivan Pajdek, 51 anni. Su di lui pendeva un mandato di cattura europeo disposto dal gip Silvia Marini su richiesta del pm Filippo Di Benedetto.
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«Non sono io». La polizia slovacca lo ha rintracciato a casa della sua ex compagna, dove lui ha cercato di dissimulare la sua identità. «Non sono io quello che cercate», si è difeso. Qualche scambio di informazioni con i colleghi della Squadra mobile di Ferrara, impegnati da un mese in un’indagine serrata, ha fatto crollare la barriera di alias dietro cui tentava di nascondersi.
Ivan o Huber? Ivan Pajdek, croato, era infatti già conosciuto almeno dalla fine degli anni Novanta come Huber Sandor, ungherese, già arrestato dalla polizia come ladro acrobata specializzato in furti con arrampicata. Da allora l’asticella del suo grado criminale si è innalzata: dai furti alle rapine, e ora l’accusa di omicidio condivisa con i due ventenni finiti agli arresti nei giorni scorsi e di cui Ivan/Huber era diventato cattivo maestro.
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L’intrusione. I tre secondo la ricostruzione degli inquirenti, verso le 20.30 di mercoledì 9 settembre raggiungono Aguscello a bordo di un’Alfa 156, la parcheggiano a un centinaio di metri di distanza dalla casa di via Ricciarelli 187, scavalcano il cancello e entrano in giardino illuminato solo dalla luce dei faretti. Per ottenere il buio completo i malviventi spaccano i lampioncini e stanno per forzare la porta quando rientra Tartari, che è stato a Canaro a mangiare una pizza e ne ha portata un’altra per l’amico Bruno Rambaldi, che nel frattempo però ha cambiato idea. Tartari apre la porta di casa e i tre approfittano della porta lasciata socchiusa per intrufolarsi nell’abitazione.
Picchiato. L’eventualità di imbattersi nel padrone di casa è stata messa in conto: Ivan/Huber ha con sè le fascette da elettricista larghe due centimetri e un tubo di plastica dura. Tartari ripone la pizza in frigo non sente i tre avvicinarsi perché il rumore dei passi è coperto dall’acqua del lavello. Quando l’anziano si volta, se li trova davanti. Huber gli assesta una manata sul petto, il pensionato barcolla e cade a terra e viene picchiato con il bastone. In casa non c’è molto da rubare. I banditi non trovano la cassaforte, nascosta dietro un calendario e rimasta intatta. Al piano di sopra ci sono solo i fucili detenuti regolarmente dal fratello della vittima, Marco, che saranno poi gettati via durante la fuga.
Il bancomat. Non resta che rubare il bancomat e la carta di credito dell’anziano. Minacciato e picchiato, Tartari rivela ai banditi il pin del bancomat; mentre Fiti e Ruszo lo sorvegliano, Huber raggiunge il bancomat della Carisbo di via De Andrè, poco lontano, e alle 21.37 preleva 250 euro con il bancomat, mentre due tentativi di prelievo con la carta di credito vanno a vuoto. Il capo torna in via Ricciarelli: cosa succede a questo punto? I tre si accaniscono ancora per ottenere anche il secondo codice?
Tre ore con i banditi. Secondo la testimonianza di Sivakova Ruszena, la mamma di Patrik Ruszo che lavora come badante nella casa accanto, è a quell’ora (sono ormai quasi le 22.30) che sente pronunciare le parole “Non ho niente”. Sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, sono già le 23.30 quando Tartari viene imbavagliato, legato mani, piedi e ginocchia con le fascette da elettricista e caricato sui sedili posteriori della sua Opel da Fiti e Huber, mentre Ruszo si mette alla guida dall’Alfa.
Dopo la tragedia, la sigaretta. Perché lo portano via? L’ipotesi più probabile è che Tartari fosse già in condizioni molto critiche e i tre lo abbiano fatto sparire per non essere incriminati di omicidio e rallentare le indagini. Con le due auto raggiungono dunque il casolare di via Pelosa (dove alcuni testimoni noteranno la Opel scura) e, stando a quanto riferisce Ruszo, l’anziano viene portato all’interno da Fiti e Huber, che restano dentro per dieci minuti, mentre Patrik resta fuori a controllare le auto. Poi, escono a fumarsi una sigaretta, forse dopo essersi assicurati che Tartari non potrà più parlare.
«È mio nonno». All’1.40, trascorsa quindi la mezzanotte, nuovo prelievo con il bancomat della vittima, e nei giorni successivi la serie di acquisti fraudolenti che risulteranno fatali per la banda: il cellulare da 800 euro alle “Mura”. E poi ancora alla Wind dell’iper il Castello, dove Fiti mostra la carta d’identità di Tartari per usare la carta di credito. Al commesso dice che si tratta di suo nonno, e a fronte della richiesta di contattare direttamente il titolare, Fiti batte in ritirata, lasciando il documento al negozio. Ma questo non ferma lo shopping: scarpe sportive in esercizi di Ferrara e monili d’oro in un negozio di cinesi a Lido Estensi.
Gli incontri con la badante. Il giovedì, il giorno successivo alla rapina mortale, Ruszo e Fiti si fermano al bar di via Darsena dove stanno pranzando la mamma-badante e il suo compagno, mentre Huber cerca invano di vendere l’Alfa a un acquirente, evitando così di incontrare il compagno di Ruszina, con cui non va d’accordo. Così come non era presente all’ormai famoso caffè consumato con la badante nella casa accanto a quella di Tartari, poco prima del colpo.
Il giornale al bar. Sono gli acquisti, dunque, a mettere gli investigatori sulle tracce della banda. Fiti, già noto come ladro di biciclette, viene riconosciuto dalle immagini delle telecamere. Si sente sicuro: al bar “Ai Girasoli” di via Porta Catena indossa le scarpe nuove e legge avidamente le cronache cittadine, cercando notizie sul delitto e meditando di tornare in Romania.
Fiti in trappola. Troppo tardi: martedì 22 settembre scatta la cattura e il giovane viene fermato. Per ricettazione, inizialmente. E ora anche con le accuse per rapina e omicidio. Lui resta di ghiaccio e nega la sua partecipazione all’agguato, ammettendo solo gli acquisti.
Lezioni di guida. Intanto il terreno comincia a scottare anche per gli altri. A Ruszo, incensurato, gli inquirenti risalgono attraverso ricerche su Facebook. Il giovane nel frattempo aveva dato lezioni di guida a Fiti, senza patente, perché avrebbe dovuto accompagnare Huber in Slovacchia proprio con la Opel di Tartari. Ma Fiti, inesperto, va a sbattere e fa scoppiare un pneumatico. La Opel viene così abbandonata davanti al cimitero di Mizzana.
In fuga sull’auto rubata. Dopo la cattura di Fiti è Ruszo ad accompagnare Huber nella sua fuga fino in Ungheria: i due cercano di rubare un’auto a Udine, ma il furto fallisce e i due vengono inseguiti. A quel punto le strade tra i due si dividono, ma ci sono ancora punti oscuri nella ricostruzione. Patrik, dice per rimorso, torna a Ferrara. Huber va a Pordenone, ruba una Renault e raggiunge Velky-Blh, dove vive la sua ex, meditando di sistemare una casa e stabilirsi là.
«Dov’è Patrik?» Dalla Slovacchia chiama Ferrara chiedendo notizie di Patrik, non sapendo che, il 25 settembre, il giovane è stato arrestato. L’arresto di Patrik scatta alla stazione di Padova. Il ragazzo aveva preso il treno diretto a Venezia, e doveva cambiare a Padova.
Ruszo confessa. Alla vista degli agenti della Polfer impegnati in controlli in stazione, si era nascosto dietro una colonna, destando ovviamente sospetti. Con la sua cattura la svolta, drammatica, delle indagini con il ritrovamento del cadavere di Tartari e una confessione che lascia aperti ancora molti perché.
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