La Nuova Ferrara

Ferrara

Per avere le scarpe blu e rosse

di STEFANO SCANSANI
Per avere le scarpe blu e rosse

Il commento del direttore Stefano Scansani

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Constantin Fiti, gelido pericoloso, calza le scarpe blu e rosse appena comprate con la carta di credito di Pierluigi Tartari. È al bar. Legge i giornali. La polizia l’ha pedinato e fotografato così.

Ci è stato raccontato che tutte le mattine - appena entrato nel mirino delle indagini - il ventiduenne romeno ha scrutato i giornali. Ha scorso le cronache dedicate all’omicidio con l’avidità di chi cerca di intuire fin dove gli inquirenti si erano spinti e dove per lui potevano aprirsi le vie di fuga. Legge i giornali. È al bar. Il gesto ordinario diventa mostruoso. Un pulviscolo insopportabile di dettagli confermati dalla polizia aumenta l’abnormità delle azioni che i tre della banda hanno compiuto prima, durante e dopo la rapina e l’assassinio di Tartari.

L’inspiegabilità di certi particolari resterà insondabile, non interpretabile. Anzi - giro il ragionamento - proprio la sconcertante irragionevolezza di taluni dettagli spiega il non senso dell’assalto e dell’omicidio. Le scarpe blu e rosse e la lettura dei giornali. Ma anche quelle sigarette fumate appena fuori dai ruderi di via Pelosa, la notte del 9 settembre. Patrik Ruszo era in macchina. Il capo banda Huber Sandor e Constantin Fiti dopo aver trasportato Tartari dentro una casermetta sarebbero rimasti a parlottare all’aperto, fra la vegetazione e le macerie. Fumavano e parlottavano. Dieci minuti.

L’abnormità è che avevano appena abbandonato in una stanza il pensionato, con la bocca incerottata, legato mani, ginocchia e caviglie, riempito di botte nella casa di Aguscello. Fumavano e parlottavano. Gli inquirenti e i medici legali dovranno stabilire se in quel momento Tartari era ormai morto o sarebbe morto in seguito. Oppure lo avevano finito, là dentro. Perché, semplicemente, lo spegnimento di una vita avrebbe consentito loro più tempo. Per complicare le ricerche. E poi, senza un corpo, l’accusa di omicidio si intrica.

Comunque loro fumavano. Nonostante lo scempio, già quella sera, quella notte e nelle ore seguenti, i tre hanno girato per la città e la provincia con la carta di credito, la carta d’identità, la patente di Tartari per comprare: avere. Scrive bene nel suo viaggio nella “Ferrara di sotto” Raffaele Rinaldi: “Hanno gettato Pierluigi come fosse una cosa, un sacco umano, un rifiuto ingombrante dopo avergli strappato il segreto del bancomat credendo fosse l’anima di una persona”. Avere, un paio di scarpe blu e rosse.

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