La prigione del poeta Una storia entrata nella leggenda
Fu rinchiuso nello “Spedale Sant’Anna” dal 1579 al 1586 La struttura ricostruita negli anni Trenta del secolo scorso
Torquato Tasso fu rinchiuso in un ambiente dalla funzione sanitaria dello Spedale di Sant'Anna, di solito definito impropriamente cella o prigione, dal 1579 al 1586. Per mesi il poeta aveva dato segni di squilibrio mentale, ma è difficile tracciare un quadro clinico esatto a tanta distanza. Si disse che alla base del suo disagio ci fosse l'amore impossibile per una principessa estense, Leonora e/o Lucrezia, però mille altri spazi di inquietudine trovavano espansione nella sua mente ultrasensibile. I sintomi del male furono studiati, secoli dopo, da studiosi celebri, compreso Cesare Lombroso. La diagnosi spazia tra esaurimento nervoso, depressione, disturbi da alcolista (Tasso beveva molto), deliri mistici, crisi nevrasteniche con momenti parossistici in cui diventava aggressivo. Fu curato, come al tempo si faceva, con le erbe: papavero, mandragola e giusquiamo, rabarbaro, elleboro, purganti alla cassia, tamarindo. Non mancarono salassi e applicazioni di sanguisughe. Intanto Tasso continuava a comporre senza sosta, disordinatamente. Michel de Montaigne fu a Ferrara nel 1580 e incontrò Torquato di cui scrisse negli Essais (ed. accresciuta del 1588): «Infiniti spiriti sono travolti dalla loro stessa forza e duttilità. Che salto ha fatto ora, per la propria concitazione e il fervore, un uomo fra i più penetranti, ingegnosi e conformi allo spirito di quell'antica e pura poesia che vi sia stato da lungo tempo tra i poeti italiani? Non lo deve egli a quella sua letale vivacità? A quella chiarezza che l'ha accecato? A quella precisa e tesa comprensione della ragione che gli ha fatto perdere la ragione? Alla curiosa e laboriosa indagine delle scienze che l'ha condotto alla stupidità? A quella rara attitudine agli esercizi dell'anima che l'ha ridotto senza esercizi e senz'anima? Io provai ancora più dispetto che compassione vedendolo a Ferrara in uno stato così pietoso sopravvivere a se stesso, disconoscere e sé e le sue opere che, a sua insaputa, e tuttavia sotto i suoi occhi, sono date alle stampe scorrette e informi». Torquato riceveva gli amici e le pietose dame della corte, veniva trattato con rispetto e sollecitudine. La cuoca gli preparava buoni pranzi, che consumava insieme alle sue amate gatte. Certo, si trattava pur sempre di una reclusione tremenda, che lo privava della libertà. Era del resto già stato in precedenza relegato a forza in un appartamento in Castello, e poi anche nel convento di San Francesco. Quando si aprirono per lui le porte dello Spedale, l'edificio era appena stato ristrutturato dopo il terremoto del 1570 grazie al priore Agostino Mosti (già allievo di Ariosto, al quale fece erigere la tomba in San Benedetto), spesso citato da Tasso nei suoi scritti. La cella, come la vediamo oggi, è una sorta di adattamento di locali dell'antico nosocomio sopravvissuti alle modifiche novecentesche del sito, intervenute per aprire via Boldini e innalzare l'Auditorium del Conservatorio. A lungo la cella originale era stata lasciata quasi in abbandono, come testimoniano le memorie di viaggiatori celebri, nomi grandi quali Goethe, Byron, Shelley e Stendhal. Comunque tutta l'area circostante fu trasformata tra 1931 e 1935 con la costruzione del moderni edifici che ancor oggi vediamo, e per far questo l'ala dove si trovava la cella del Tasso venne barbaramente rasa al suolo. «La cella fu però subito ricostruita con rigore filologico» come rileva Anna Maria Visser Travagli in un suo saggio del 2009, «per riparare a un sopruso altrimenti inaccettabile». Alla neocella, bisognosa di restauri, si accede solo in qualche rara occasione pubblica, tramite la porticina posta a fianco dell'ingresso dell'Auditorium in piazzetta Sant'Anna. Nel 2013 il Comune di Ferrara ha acquisito da privati un locale adiacente alla cella, preludio di una futura gestione.
Micaela Torboli
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