La Nuova Ferrara

Ferrara

LA DOMENICA

L'Anno Santo della spietatezza

Stefano Scansani
Una veduta di Roma dalla Basilica di San Pietro
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Una veduta di Roma dalla Basilica di San Pietro

Il commento domenicale del direttore della Nuova Ferrara

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Clericali o no, bisogna riconoscere che i preti la vedono lunga. Hanno un addestramento di duemila anni. E quando l’Osservatore Romano sentenzia “ora la capitale, a meno di due mesi dall’inizio del Giubileo, ha la certezza solo delle proprie macerie” vuol dire che la gestione della cosa pubblica ha toccato il fondo. Disastro. E - mi preme evidenziarlo - il verdetto non è stato scritto dall’Avvenire che è il giornale dei vescovi, dunque fra le onde della politica nazionale, ma dall’Osservatore che invece è il giornale della Santa Sede. Del Papa.

Questa introduzione pontificale è necessaria per far cascare il mio scritto domenicale dritto in terra, dentro la miseria nella quale è precipitata l’amministrazione romana con tutti i suoi legamenti con ogni tipologia di potere. Questo grottesco massacro tornerebbe buono al rimpianto Alberto Sordi per ispirare la sceneggiatura di una storia romanesca, dell’italiano medio, del politico medio. La trama c’è tutta: un sindaco che combatte contro la mafia e la corruzione infilate nella macchina comunale, salta in aria per avere profittato della carta di credito municipale per qualche cenetta con la moglie.


Marino non ne ha fatta una giusta (di cose medie): i passaggi in zona a traffico limitato con la Panda rossa, la celebrazione di matrimoni gay, i viaggi negli Stati Uniti nel momento del bisogno, tra il funerale dei Casamonica e per essere stato a Philadelphia durante la visita del Papa. E venerdì le altre nozze etero officiate nonostante il marasma. Marino si è esaurito per logoramento, per collasso strutturale. L’estrema unzione politica gli era stata impartita il 28 settembre da Sua Santità sull’aereo che lo riportava a Roma dalle Americhe: «Io non ho invitato il sindaco Marino. Chiaro!». Il tono era stato quello di un sant’uomo che perde la pazienza. Il viatico del Pd gli era stato amministrato il 27 agosto quando Renzi affidò il X Municipio al prefetto Gabrielli: una manovra di sfiducia già avviata il 12 giugno con l’incarico della gestione del Giubileo allo stesso Gabrielli.

A conti fatti ci sarebbe qualcosa di più oltre le cose medie capitate a Marino, o con Marino protagonista. All’italiana o alla romanesca Marino ci lascia le penne appunto per le cose medie, mentre quelle maggiori, enormi, restano in bilico, affrontate a metà: la bonifica da Mafia Capitale prima fra tutte, la riorganizzazione del Comune della capitale tra le altre.

Viene da concludere che il sindaco dimissionario non è stato e non sarebbe stato in grado di risolvere la “questione romana”, e quindi una serie di debolezze sue consente di farlo fuori. Amen. In quest’ultima storia capitolina convivono le fragilità del “tipo italiano” e le nefandezze di “genere italiano”, componenti tipiche della commedia all’Alberto Sordi. Inesorabilmente è il primo a soccombere, perché non è un eroe, è solo, è inadeguato rispetto ai sistemi colossali.

Ciò che mi interessa identificare però è il fenomeno nel suo insieme. Dove nessuno si salva: né Marino nel suo piccolo veniale, né le istituzioni nella loro grande corruzione mortale, nemmeno coloro i quali sono già in pista per la corsa al Campidoglio. Non è possibile ancora metabolizzare quel che è capitato e già sullo scalone del palazzo senatorio compaiono i nugoli dell’estrema destra romana che fanno il saluto fascista; le destre oppositorie che giurano che spazzeranno via il cancro di Mafia Capitale (che di certo non è attecchito nei mesi di Marino, ma è un virus vecchio); il Movimento 5 Stelle che vuole mettersi alla prova amministrativa più alta. Meloni? Marchini? Malagò? Cantone? Di Battista? Giachetti? Ancora Gabrielli? Nessuno si convince del fatto che qualsiasi uomo o donna che diventerà sindaco di Roma entrerà in un pozzo dei rasoi.

Clericali o no, bisogna riconoscere che i preti la vedono lunga. Hanno un addestramento di duemila anni. Loro per rilanciare la Chiesa indicono l’Anno Santo della Misericordia, e ci mettono nulla per rottamare un sindaco che non dà garanzie (a livello di rapporti fra Stati questa si chiama ingerenza, e stranamente in latino fa intercessiones). Al di qua del Tevere, invece l’Anno Santo della Misericordia sarà quello della Spietatezza.
 

                                                                                                                                         Stefano Scansani
                                                                                                                        s.scansani@lanuovaferrara.it
                                                                                                                         ©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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