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Muroni: «Così ho scoperto la genesi di Tresigallo»

Muroni: «Così ho scoperto la genesi di Tresigallo»

Nel libro del 26enne autore un’attenta ricerca storiografica e antropologica L’epopea di Rossoni e il suo declino: un paese che nel 1940 aveva 10mila abitanti

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TRESIGALLO. Più di cento persone erano assorte all'esordio narrativo di Stefano Muroni. Venerdì scorso l'attore ha presentato Tresigallo, città di fondazione (Pendragon editore), insieme ad Anna Quarzi, madrina del progetto. Si tratta di un volume corposo e sedimentato, accompagnato dalle firme di Parlato, Quilici e dal premio Strega Antonio Pennacchi. La propensione a raccontare storie altrui su un palco lo ha motivato: le scoperte sono innumerevoli, ma più grande è la fiducia che il 26enne ha riposto tra le pagine.

Qual è la finalità del libro?

«È la memoria stessa di Tresigallo, che fu rifondata dal '35 al '39 per ingegno e per mano di Rossoni. La simbologia della pianta urbana e le fabbriche che aprirono, derivano dal disegno di un uomo, dalle sue idee politiche ed economiche. Allora borgo di 700 anime, poverissimo, in 3 anni crebbe a 9mila abitanti. La città fu pensata per 12mila, tuttavia con la guerra alcuni distretti industriali non entrarono in funzione».

E quali sono le tue speranze?

«Spero aumenti l'identità collettiva legata alla mia città e l'amore per le radici condivise; che il libro faccia da collante sociale e sia letto dai giovani perché più passa il tempo, più ci si allontana senza accorgersene da quel momento storico».

Il sogno di Rossoni meritava storicamente di più?

«A livello nazionale non esiste una sua biografia. È l'unico gerarca fascista a non averla e il suo archivio personale non è ancora stato trovato. Inoltre in provincia non c'è stata una ricerca approfondita: nessuna delle tesi di laurea che ho consultato fa riferimento all'archivio di Formignana, tantomeno a quello centrale dello Stato, o alle cronache sul "Corriere Padano". Le tesi sostengono quindi argomentazioni discordanti dalla realtà».

Invece il tuo saggio come fa la differenza?

«Sono andato a intervistare i bambini che vissero la rivoluzione antropologica. I cui padri da braccianti agricoli divennero operai, nell'area che all'epoca aveva il più alto tasso di disoccupazione. Ho cominciato 10 anni fa. Purtroppo chi allora aveva ottant'anni non c'è più, ma sono riuscito a fermare per sempre le loro parole sulla carta».

Anche Rossoni aveva a cuore la cultura della sua gente.

«Era capace di rintracciare opere liriche internazionali, come il Barbiere di Siviglia, o stelle quali Dina Pagliughi, la "Pavarotti" degli anni '30, facendole passare per Tresigallo. All'operaio veniva tolta 1 lira dallo stipendio, il prezzo del biglietto, affinché fosse spronato ad andare a teatro».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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