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«Cesaro era a pochi passi dalla salvezza»

«Cesaro era a pochi passi dalla salvezza»

Terremoto, ieri l’apertura del processo Tecopress. Le testimonianze dei colleghi: quando arrivò la scossa andò via la luce

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Il 20 maggio 2012, alle 4.04, Gerardo Cesaro era a un passo dalla salvezza. Il terremoto che stava scuotendo ogni pietra del capannone della Tecopress di Dosso di Sant’Agostino, uno dei tre distrutti quella notte in provincia, lo ha ucciso proprio mentre stava uscendo all’esterno del prefabbricato. Il corpo, come ha confermato ieri il maresciallo di Sant’Agostino che eseguì i rilievi tre anni fa, fu trovato fuori dal perimetro della struttura, schiacciato dai detriti.

É uno dei particolari emersi nell’udienza del processo da ieri in corso a Ferrara che vede imputati con l’accusa di omicidio colposo progettisti e collaudatore dello stabilimento. Davanti al giudice Stefano Amore si sono presentati i testimoni chiamati dalla parte civile, tra i quali c’erano l’ex comandante dei vigili del fuoco di Ferrara, Cristiano Cusin, e il direttore dell’Agenzia regionale della Protezione civile, Maurizio Mainetti.

Tra i testi sono stati citati i colleghi di Cesaro, uno dei quali ha ricordato che quella notte nessuno in azienda aveva sentito la scossa precedente, tre ore prima. Ad informarli del fatto erano state le mogli dei dipendenti che avevano chiamato l’azienda per sincerarsi che stessero tutti bene. Alle 4.04 l’urlo del terremoto aveva fatto sussultare una vasta area della pianura padana scatenando panico e morte.

«Nel capannone è sparita più volte la luce mentre le fiamme dei forni si sono alzate notevolmente - ha ricordato uno dei dipendenti - Siamo corsi fuori dal capannone». A Cesaro sarebbero bastati forse pochi passi.

La “fuga” sarebbe stata raccomandata nei corsi di formazione sulla sicurezza seguiti dagli operai della ditta, corsi nei quali sarebbe stato suggerito agli addetti di uscire il più in fretta possibile in caso di “emergenza”, un’avvertenza che però si adatta più all’incendio che al terremoto - come hanno evidenziato Cusin e suo collega - durante il quale viene consigliato invece di ripararsi sotto una trave o di appoggiarsi contro un muro portante. Ripari che non erano reperibili in quella struttura (le pareti laterali erano svincolate dalle travi).

Il rispetto della normativa sulla sicurezza è materia specifica di un’altra inchiesta giunta sulla soglia dell’udienza preliminare mentre il dibattimento in corso è focalizzato sulle condizioni strutturali del capannone. Entrerà nel vivo però solo fra nove mesi, durante le udienze di luglio nelle quali saranno sentiti i consulenti tecnici. Ieri sull’aspetto strutturale si è soffermato il direttore regionale della Protezione civile, Mainetti, che ha sottolineato come le criticità dei fabbricati industriali siano emerse proprio col terremoto del 2012, in una zona a forte concentrazione di aziende produttive. Un deficit che in passato ha accomunato tantissime imprese del territorio. Il pm Ciro Alberto Savino contesta proprio questa carenza ai tre indagati: Dario Gagliandi, progettista del capannone, Antonio Proni, progettista generale del prefabbricato, e Modesto Cavicchi, collaudatore. L’opera fu realizzata nel 1992, quando ancora il ferrarese non era stato incluso tra le aree soggette a rischio sismico rilevante.

Su questo interrogativo dovrà fare luce la sentenza: il capannone avrebbe dovuto essere messo in sicurezza con adeguati ancoraggi e morsetti, secondo criteri di buona costruzione, anche in assenza di una classificazione del Comune di Sant’Agostino come zona a specifico rischio sismico? La risposta la attendono la parte civile (i familiari di Cesaro costituiti in giudizio attraverso l’avvocato Carlotta Gaiani) e i tre imputati, rappresentati dai legali Giancarlo Bozzi e Massimo Bissi (Proni), Marco Gallina (Gagliandi) e Francesco e Irene Costantino (Cavicchi). Gli imputati avevano ruoli differenziati: Gagliandi, secondo l’accusa, non adeguò la struttura ad alcune norme già in vigore all’epoca della costruzione, mentre Proni e Cavicchi non avrebbero messo in discussione le presunte carenze di quel progetto. «Proni - ribatte l’avvocato Bozzi - aveva un ruolo di coordinamento dei professionisti, doveva cioè verificare se il costruito corrispondeva al progetto»

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