Il commercialista denuncia l’ex cliente per calunnia e falsi
La vicenda giudiziaria che vede l’imprenditore Filippo Dianti (protagonista come vittima di ricatti nell’inchiesta Acer, altra storia, però) e il suo commercialista Andrea Carletti, divisi da una...
La vicenda giudiziaria che vede l’imprenditore Filippo Dianti (protagonista come vittima di ricatti nell’inchiesta Acer, altra storia, però) e il suo commercialista Andrea Carletti, divisi da una parcella - del professionista all’imprenditore-cliente per 750mila euro - si arricchisce di altri retroscena: è lo stesso Carletti con i suoi legali a informare che, «per ribadire la propria innocenza», «ho querelato i miei accusatori (non fa il nome di Dianti e moglie, ndr) per calunnia e false dichiarazioni al pm affinchè giustizia sia fatta, per smentire le accuse subite, far emergere la vera verità e ridare al mio studio l'immagine dignitosa che mi è stata ingiustamente tolta».
Carletti in una nota al giornale sostiene di doversi difendere «anche attraverso la stampa perchè è un mio diritto, ma ancora di più doveroso verso la mia famiglia ingiustamente coinvolta in questa triste vicenda. Purtroppo i tempi della giustizia sono lunghi, lunghissimi, ma chiarezza verrà fatta». Carletti è al centro di processi attivati da Dianti: in quello civile Carletti è stato condannato a pagare 750mila euro per «parcelle esorbitanti» ma in seguito, secondo l’accusa, si sarebbe disfatto dei suoi beni, per evitare questa condanna al risarcimento, intestando al figlio che adesso è sotto accusa con lui. Mentre è bene ricordare, anche il processo penale, che ha sancito che non vi è stata nessuna truffa verso i suoi clienti (Dianti, ndr) da parte di Carletti perchè ritenuto estraneo dal gip Tassoni, vista l'archiviazione dall'accusa penale del 16 ottobre 2014, «in cui era esclusa ogni ipotesi di inganno verso clienti». L’archiviazione del Tribunale era arrivata - informa Carletti - in seguito ad una perizia calligrafa su fatture e documenti del commercialista che secondo i clienti erano state falsificate. L'approfondimento del giudice affermava - cita Carletti - «che gli stessi clienti cercano maldestramente di dimostrare un inganno che non ci fu». Le conclusioni del pm trovano riscontro, aggiunge Carletti, quando si legge «la tesi dell'artificio e del raggiro propugnata dai querelanti Dianti e Mantovani è sostenuta essenzialmente dalle dichiarazioni rese da costoro che non appaiono testi non completamente credibili avendo entrambi reso affermazioni oggettivamente contrarie al vero in ordine ad elementi di prova essenziali per la ricostruzione del fatto». A questo punto - conclude Carletti - «si auspica che la sentenza civile appellata possa essere ribaltata o meglio vagliata alla luce delle parole del Magistrato penale». «E che - conclude - in caso di vittoria in appello verrebbe a mancare il presupposto fondamentale del processo penale che lo vede imputato per non aver disposto la restituzione delle somme richieste in primo grado».
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