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GLI INCONTRI DELLA DOMENICA

«Così avvisto Ferrara da Palazzo Chigi»

di Stefano Scansani
«Così avvisto Ferrara da Palazzo Chigi»

Intervista a sorpresa a Luigi Marattin nel suo ufficio, a due passi dal premier. Racconta il suo lavoro romano e giura sulla Juve che non farà il sindaco di Ferrrara

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Si chiama Salone dei Galeoni il posto dove il premier che se ne va consegna la campanella al premier che viene. L’ultimo passaggio di consegne è stato gelido. Anche la campana è rimasta muta e stecchita nel passare di mano da Letta a Renzi. Proprio dietro la parete di fondo del Salone dei Galeoni c’è l’ufficio del ferrarese Luigi Marattin. Docente universitario di belle speranze, vivace assessore economico della giunta Tagliani 1 e Tagliani 2 per poco, fin quando Renzi non l’ha voluto come suo consigliere economico.

Era il settembre 2014. Perché Marattin è un renziano dell’ora prima e in materia di finanza degli enti locali se ne intende. La mia sortita nel suo ufficio a Palazzo Chigi - un ufficino sobrio degno di una classica prefettura italiana - è una sorpresa, un assalto. Ma lui, Marattin, è un uomo di mondo, calciatore, e la prende per il verso giusto: giornalismo a sorpresa. Ad accompagnare l’intervista romana c’è anche la colonna sonora che, quasi quasi, mi tento di chiamare Dei Rottamatori. Dietro la parete i muratori infatti scalpellano, spaccano, fresano, smerigliano, mazzuolano.

E non si capisce se questa è una ristrutturazione o un gran frastuono. Alla maniera dei poeti maledetti Palazzo Chigi quella mattina - reduce dalla riforma del Senato e alla vigilia del passaggio indenne della Legge di Stabilità - è una foresta di simboli. Simboli in simbiosi, come il completo blu aeronautico di Marattin uguale a quello del presidente del Consiglio. Come la voglia di Marattin di applicare a Ferrara i criteri della nuova Agenzia per le politiche attive del mercato del lavoro, Apml, a chi crede - dice lui - che la politica sia un mestiere col quali sistemarsi per l’esistenza.

Perché, sentenzia «un po' di gente che in questi anni ha costruito o intende costruire la propria carriera esclusivamente in politica (o nelle immediate vicinanze di essa) proverebbe l'indescrivibile brivido di cercarsi un lavoro». Marattin non le manda a dire. È un poco sulfureo. Ma dice che nei mesi dell'esperienza romana ha scoperto d'essere diventato più mediatore. Pare guardare con distacco anche all'orizzonte amministrativo ferrarese del dopo Tagliani. Dice che di provare a fare il sindaco della città estense non ci pensa. Si è laureato nel 2001 a 22 anni con una tesi sull'allargamento dell'Unione Europea (poi master a Warwick a 23 anni e dottorato a Siena a 27). Tessera Ds dal 2001 (area liberal guidata da Morando) poi col Pd. Per i corridoi mi guida in un giro turistico passando dall'anticamera dello studio di Renzi, la sala del Consiglio dei ministri, l'ufficio del sottosegretario Lotti, del portavoce Sensi. Quindi tornerà a Ferrara? Dai, dica la verità. Risposta dribbling: «Sì. Ogni quindici giorni».

Trasbordato da Ferrara la umida e periferica a Roma la mite e potente, in questo ufficio che è a due passi da quello del premier. Che effetto le fa, Marattin? «All’inizio, un anno fa esattamente, il primo giorno fu molto emozionante. Poi, con il trascorrere del tempo mi sono abituato. Sono molto preso dal lavoro, e dall’entusiasmo di far parte di un’avventura veramente forte. Qualsiasi cosa si pensi del governo Renzi non si può negare che questa è un’avventura che sta cambiando l’Italia. Si è visto martedì con la legge sullo Ius Soli, con la riforma del Senato, poi giovedì con la Legge si Stabilità. Essere parte di questo ingranaggio è un motivo di orgoglio, e di speranza di essere all’altezza».

Perché è stato chiamato a Palazzo Chigi e in che cosa consiste il suo lavoro quotidiano, quello ordinario? «Sul perché della chiamata bisogna chiederlo al presidente. Ma immagino sia stata motivata dalla mia esperienza sul tema di finanza pubblica, sia nel mondo universitario che in assessorato a Ferrara. I quattro anni da assessore nella nostra città e anche quelli da consigliere comunale o nella holding sono stati un sovrappiù incredibile, preziosissimo. Scopro la differenza nei tanti miei colleghi impegnati in vari ministeri e con un’esperienza accademica. Il fatto di avere avuto quel ruolo a Ferrara è un vantaggio incredibile nel fare il mio lavoro».

Sul suo biglietto di visita c’è scritto che lei è consigliere economico del presidente del Consiglio. In pratica? «ll mio rapporto con il presidente si basa appunto sui consigli circa le strategie da intraprendere su temi di mia competenza: quelli della finanza pubblica. Renzi passa per uno che non ascolta nessuno. In realtà Renzi ascolta tantissimo, poi ovviamente le decisioni spettano a lui. Mi occupo poi del raccordo con gli altri ministeri nella fase di impostazione e implementazione delle norme. Ad esempio la Legge di Stabilità è stata generata seguendo esattamente queste dinamiche, cioè da un lato il rapporto con il presidente per riuscire a individuare le direttrici su cui agire e dall’altro il rapporto con i portatori d’interesse, nel mio caso l’Anci, e con i ministeri competenti per la scrittura delle norme. Ecco, per fare tutto questo è stata preziosissima non solo l’esperienza teorica, universitaria, ma la pratica sul campo».

Un amministratore locale che capita qui si arrabbia perché entra nella macchina e vede quelle cose che non ha mai capito e ha sempre sopportato, oppure si adegua? «La pubblica amministrazione ha gli stessi pregi e gli stessi difetti dovunque, a qualsiasi livello, nel senso che a Roma come a Ferrara mi arrabbio quando devo confrontarmi con dei dirigenti più attenti alla forma che alla sostanza, più attenti alla responsabilità che non al risultato, e a Roma come a Ferrara mi stupisco quando trovo dei veri servitori dello Stato. Soprattutto al Ministero dell’Economia ho a che fare con dei veri professionali e qualificati servitori dello Stato. Certo, la gestione dei meccanismi di governo è complessa, più complessa qui che a livello locale. E poi c’è un presidente che ha le idee molto chiare su come la struttura deve funzionare. Non è un presidente che si lascia impantanare dal meccanismo. Renzi è orientato al risultato e noi su quella linea dobbiamo muoverci, dobbiamo fare".

Quale esperienza ferrarese è stata fondamentale per il suo lavoro, la sua operatività? "Racconto il risultato: per carattere ero molto meno incline alle mediazioni prima di iniziare questa esperienza politica".

Sta dicendo che il focoso Marattin è diventato più buono? "La politica è anche una mediazione fra sensibilità e interessi. In questo ultimo anno mi sono stupito dalla capacità che ho sviluppato di riuscire, ad esempio, a mettere insieme una volontà precisa del presidente, le naturali resistenze della struttura al cambiamento e coloro che devono accogliere questo cambiamento. Basta pensare all'Anci e ai sindaci nel caso della finanza pubblica locale. Non è pensabile raggiungere obiettivi se non si migliorano le capacità di amalgama di questi interessi".

Si confessi… "Questa era una cosa che non sapevo fare prima di Ferrara e che ho imparato a fare a Ferrara. Quindi ho messo a frutto qui, dove il lavoro è diverso, questa capacità. Ma a Ferrara io avevo una responsabilità politica e decidevo, ovviamente con il sindaco. A Palazzo Chigi il mio lavoro non è di decisione, ma di supporto a chi decide. È in pratica implementazione delle riforme. Ferrara mi ha insegnato. Qui a Roma si vede la differenza tra chi non ha mai fatto pratica sul campo».

Si è scoperto più mediatore. Vale anche per il suo rapporto con il sindaco Tagliani dopo la burrasca estiva? «Una cosa che non ho cambiato è dire quello che penso. Lo dico anche al presidente Renzi. È una caratteristica di me che non ho cambiato. In quella polemica estiva ho detto quello che pensavo dopo averlo espresso peraltro privatamente a tutti gli interessati. Tiziano mi conosce. Sa che sono fatto così. Però ci siamo chiariti, lui stesso ha confermato che non c’é nessun tipo di polemica. So che Tiziano e la sua giunta stanno facendo complessivamente un ottimo lavoro nell’amministrare Ferrara».

Nomina di frequente Ferrara. Vuoi vedere che Marattin pensa a fare il sindaco? «Il mio unico progetto è fare il professore universitario. Io continuo a sognare Bologna. Non so dove il mio lavoro universitario mi porterà nei prossimi anni, potrebbe essere Bologna, potrebbe essere altrove: quello è il mio unico obiettivo. Per il resto, come ho sempre dichiarato, l’attività politica o di supporto alla politica, è a latere del mio progetto. Sono convinto che chiunque faccia dipendere il proprio destino dalla politica si leghi troppo le mani. Non sarà mai così per me. Ho visto troppe persone che hanno fatto della politica o della vicinanza alla politica il proprio mestiere con danni per loro stessi e per gli altri».

Il suo giudizio su come è gestita ora l’economia e la finanza locale a Ferrara? «Non conosco le scelte attuali. Abbiamo presentato una Legge di Stabilità che è molto vantaggiosa e con molte novità per gli enti locali. Sono sicuro che i Comuni sapranno leggerle e utilizzarle al meglio delle loro possibilità».

Nei provvedimenti renziani dove si può individuare in filigrana la mano di Marattin? «In particolare mi sono occupato e mi occupo di finanza pubblica locale, bene o male ho contribuito a dare forma. Preciso che è sempre il presidente che fa le scelte. Il nostro lavoro è quello di predisporre il tavolo con il meglio delle soluzioni possibili».

Visti da qui quali sono i problemi di Ferrara? «Vedo una città che piano piano sta provando a venir fuori da quello che forse era il suo difetto principale: essere racchiusa all’interno del proprio spazio senza guardare fuori. Vedo una tendenza a non considerare il mondo chiuso tra le mura, dentro la provincia. È una tendenza che deve essere il più possibile accelerata. Bisogna fare ancora un passo in avanti oltre a quelli che sono stati compiuti nell’integrazione. In Emilia Romagna è in corso la discussione sulle Aree Vaste, e spero sia l’occasione per far sì che anche dal punto di vista culturale ci sia un’espansione, un’integrazione. Bisogna guardare al di là del proprio territorio che, ripeto, ho visto migliorare in questi anni e in questi mesi, ma probabilmente ha bisogno di un’ulteriore botta...».

Le piace o non le piace dire la sua sul dibattito sui futuri candidati a sindaco di Ferrara 2019? «Non posso e non voglio credere che nella mente dei protagonisti politici locali vi sia, adesso, una corsa per un obiettivo che è lontano tre anni e mezzo. E si tratta di un periodo di tempo per la maggior parte sgombro da elezioni o congressi a ogni livello. È quindi l'occasione ideale da sfruttare per dedicarsi a realizzare un progetto di medio periodo su varie dimensioni, dalla logistica su servizi pubblici locali, passando per Area Vasta e nuove fonti di sviluppo. Per come conosco i miei ex colleghi, sono sicuro che si stiano dedicando a questo, e non al prossimo passo della loro carriera».

E lei ci pensa? «Proprio sul suo giornale ho giurato sulla Juve che non mi interessava. E quando giuro sulle cose importanti, non dico mai il falso. L’unica “tentazione” è che sarebbe un test per valutare l'efficacia della nuova Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Anpal, (nata in seguito al Jobs Act e che stiamo allestendo), che nel 2019 sarà già pienamente operativa».

Perché, che c'entra? Dalla sua ironia mi pare che voglia concludere in maniera pirotecnica. «Perché un po’ di gente che in questi anni ha costruito o intende costruire la propria carriera esclusivamente in politica (o nelle immediate vicinanze di essa) proverebbe l’indescrivibile brivido di cercarsi un lavoro. Ma come detto, l’ipotesi non mi interessa, quindi occorrerà trovare un altro test dell'efficacia delle nuove politiche attive del lavoro».

s.scansani@lanuovaferrara.it

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